
Situato in Via del Palù, 18, il Maglio dei Tonet è un’affascinante esempio di archeologia protoindustriale armoniosamente inserito nella campagna di Francenigo, frazione di Gaiarine. Realizzato tra il 1902 e il 1909, l’impianto produttivo si rivolge su un ampio cortile ombreggiato da due bagolari presso l’antica residenza della famiglia Moro, meglio nota con il soprannome di Tonet.
Nelle officine presenti all’epoca nel territorio il fuoco era alimentato con mantici manuali, mentre il metallo rovente veniva plasmato esclusivamente a mano, con incudine e martello. Lorenzo Moro, capostipite dell’attività, sostituì ai metodi tradizionali impiegati nelle botteghe fabbrili del paese, più lenti e laboriosi, un ingegnoso sistema che consisteva nell’imbrigliare l’energia idrica di un vicino corso d’acqua per azionare la sega a nastro, il pesante maglio e il sistema di ventilazione dell’opificio che è possibile ammirare oggi.
La fiorente attività conciliava la competenza dei suoi figli Pietro e Domenico Moro, il primo abile fabbro-maniscalco, il secondo specializzato nel ramo della falegnameria e carpenteria, con l’efficienza del battiferro idraulico, rendendo possibile la produzione sia di utensili come badili, zappe, falci, vanghe, picconi, bidenti, catene e ferri di cavallo, sia di attrezzature più pesanti e complesse come erpici, aratri e vomeri.
La costruzione dei carri agricoli, le cui ruote erano rafforzate da un anello di ferro esterno, è frutto dell’esperienza maturata da Pietro Moro durante gli anni di leva al servizio dell’artiglieria reale. Il cerchione metallico veniva dilatato con il calore della forgia e avvolto alla ruota. Una volta gettato nell’acqua fredda, lo shock termico comprimeva l’anello metallico alla ruota creando un corpo unico di notevole robustezza e durabilità.



La mensa del maglio
Conclusa da una semplice copertura in laterizio, la dimora originaria della famiglia Moro è un edificio ottocentesco a due piani, a fianco del quale, nel primo decennio del Novecento, fu edificato l’opificio conosciuto come il Maglio dei Tonet. Con l’ampliamento dell’officina fabbrile, a partire dai primi anni Quaranta del Novecento, i locali dell’abitazione furono destinati a mensa per i dipendenti dell’impresa artigiana.
Edificio rurale

A ovest della mensa del maglio si innalzano un edificio rurale di fine anni Trenta e un fabbricato un tempo destinato a stalla e a granaio. Articolato su tre livelli, l’edificio rustico a pianta rettangolare è stato adibito nel corso degli anni a “casa del custode”.
La Fossa del Cimitero

Partendo dall’ampio cortile, l’itinerario museale si snoda nell’area retrostante al complesso architettonico lungo la deviazione della Fossa del Cimitero, sinuoso corso di risorgiva ombreggiato da ontani, acacie, bagolari, noccioli, platani, pioppi e molte altre rigogliose piante d’alto fusto.
Poco più a valle dell’officina fabbrile, l’omonimo corso d’acqua sfocia nel fiume Aralt. Quest’ultimo nasce nel comune di Orsago e scorre per circa dieci chilometri in direzione del centro abitato di Francenigo per poi immettersi nel Livenza.
Lungo il percorso è possibile osservare parte dell’invaso originale, ideato da Pietro Moro agli albori del XX secolo, e parte del muro di contenimento ristrutturato con il contributo del GAL (Gruppo di Azione Locale).
Da un comodo ponticello si gode di una veduta suggestiva delle tre roste dell’opificio, della vasca di carico velata di muschio, del corso esterno della Fossa del Cimitero e del lembo di terra erboso che separa le due diramazioni del corso d’acqua.
Le roste del Maglio dei Tonet

All’interno della fucina due robuste leve secolari, chiamate stanghe, consentono di alzare e abbassare le paratoie che regolano il flusso d’acqua della rosta principale e della rosta mediana, situata più in basso. Quest’ultima metteva in moto un trapano a colonna, non più presente, e la sega a nastro presso la quale si trovano due incalcatrici, strumenti impiegati per il riassetto delle lame nelle ruote dei carri.
La ruota più piccola, tramite un sofisticato sistema di cinghie e pulegge, mette in funzione il ventilatore che alimenta il fuoco della forgia.
La fucina del Maglio dei Tonet


Ricavato da un tronco di castagno di centovent’anni, l’albero motore ancorato alla ruota idraulica di dimensioni maggiori è imbragato con cerchioni di ferro a cui sono fissate le palmele (camme), ovvero le sporgenze che abbassano la coda dei due alberi perpendicolari a quello di trasmissione. Per effetto della forza di gravità, nel momento in cui la palmela abbandona l’asse del maglio la testa del martello dal peso di un quintale si abbatte sulla zhavata. Quest’ultima è composta da listelli di salice tenuti insieme da cemento armato, per fare in modo che il battente non sia eccessivamente traumatico.


La progettazione del fabbricato prevedeva che gli ambienti dell’edificio fossero distribuiti su due livelli distinti. L’area dedicata a fucina in cui si trovano la forgia, i due magli, l’incudine e il banco da lavoro è ribassata rispetto al bacino di raccolta al fine di sfruttare al meglio il salto d’acqua sulle roste. Il locale destinato a falegnameria sorge invece sul livello del piano di campagna per riparare il legno dall’umidità e da eventuali allagamenti.
Costituita da un basamento rettangolare in cemento, la struttura del battiferro è delimitata da pareti in mattoni a vista ed è conclusa da una copertura a doppio spiovente con coppi in laterizio.
La presenza di aperture semicircolari prive di serramento è fondamentale per assicurare la circolazione e il ricambio d’aria all’interno dell’ambiente cupo e fuligginoso della fucina.
Ampliamento del Maglio dei Tonet

Al 1943 risale la costruzione dei due capannoni collocati a sud dell’opificio, realizzati per soddisfare le crescenti esigenze di spazio legate alla produzione di macchinari agricoli sempre più grandi e complessi.
Negli anni Cinquanta i fratelli Moro decisero di aprire una nuova fabbrica a Pordenone, mantenendo operativo l’antico maglio di Francenigo che all’epoca contava circa quindici dipendenti.
Nella stanza adibita a falegnameria si assemblavano carri e attrezzature agricole come erpici, aratri, assolcatori, rincalzatori, sarchiatori e ruspe. Sui banchi da lavoro, dotati di morse, sono ordinatamente disposti numerosi attrezzi di carpenteria: trivelle, seghe a mano, pinze, raspe, lime, pialle, punzoni, squadre e compassi.

Alla parete della sala sono affissi tre gioghi per i buoi, noti in dialetto con il termine dof, realizzati in legno di pioppo selvatico. Questo legname, raccolto sul greto del Tagliamento, era particolarmente indicato per la sua qualità resistente e flessibile.

L’allestimento include aratri, carrelli e due carri agricoli degli anni Venti del Novecento, uno dei quali dotato di attacco per animali.
Il deposito adiacente, ovvero l’officina, espone attrezzature più moderne, tra cui un trapano elettrico, una saldatrice, una smerigliatrice, una troncatrice e due torni. Appesa al muro si trova la bicicletta impiegata da Pietro Moro per la riscossione dei conti e con la quale, ogni settimana, percorreva più di cento chilometri per arrivare a Pieve di Cadore, dove abitava la sua fidanzata.



La riqualificazione del Maglio dei Tonet


Attivo fino agli anni Settanta del secolo scorso, il Maglio dei Tonet attraversò un periodo di abbandono e negli anni Novanta rischiò di essere smantellato. Fortunatamente la famiglia Moro e Gianmario Pezzin, allora presidente dell’ARCUF (Associazione Ricreativa Culturale Francenigo) si opposero alla demolizione del complesso architettonico e si impegnarono a mantenere vivo il grande valore non solo affettivo, ma anche storico e culturale di una delle realtà imprenditoriali più importanti del territorio.
Nel 2004, la famiglia Moro donò il Maglio dei Tonet al comune di Gaiarine. Grazie a un’iniziativa finanziata dal GAL, la struttura dell’antico opificio idraulico fu restaurata, resa nuovamente funzionale e trasformata in un itinerario museale coinvolgente e dinamico.
Guidati da Luigino Celotto, soprannominato il figlio del maglio, visitare l’antico opificio è al tempo stesso un’interessante esperienza formativa e un appassionante viaggio sensoriale, durante il quale il suono delle ruote mosse dall’acqua, il calore della forgia, il profumo del carbone e il martellare ritmico del possente maglio sul metallo incandescente costituiscono il cuore pulsante di una realtà di inizio Novecento ancora pervasa da un’atmosfera medievale.




