Incastonata nel cuore storico di Gaiarine, a pochi passi dallo svettante campanile neogotico della Chiesa di San Tomaso di Canterbury, Villa Pera è un complesso architettonico signorile della seconda metà del Seicento avvolto da un lussureggiante parco secolare. Ai lati dell’ingresso principale, due maestosi tigli sovrastano le candide statue settecentesche di Ercole e Deianira, poste a coronamento dei pilastri bugnati ai quali è incardinato un sinuoso cancello di ferro.
Le Ville Venete a Gaiarine
Rivolto a nord ovest, quest’ultimo si affaccia sulla rotonda in cui convergono le strade dirette a Sacile, a Conegliano e a Oderzo. Entrando in paese provenendo da Conegliano, troveremo alla nostra destra il lato nord di Villa Porcia, Cavarzerani, proprietà nobiliare settecentesca incorniciata da un sontuoso giardino alberato.
Procedendo in direzione del centro urbano, alla nostra sinistra lo sguardo si posa su Villa Cappellari della Colomba, anch’essa del XVIII secolo. Poco più avanti, rivolto su Piazza Vittorio Emanuele II, si staglia il fronte principale di Villa Cicogna, Borlini, attuale sede municipale costituita da un corpo padronale a tre piani a cui si affiancano due barchesse porticate simmetriche. Il vasto parco che in origine circondava la villa è stato sostituito dal piazzale lastricato di sampietrini che possiamo ammirare oggi, al centro del quale si innalza il monumento ai caduti della Grande Guerra concluso da un’aquila di ferro dalle ali spiegate.
Origine delle Ville Venete: l’espansione veneziana in terraferma
L’antico detto “Coltivar el mar e assar star la tera” riflette l’atteggiamento isolazionista che la Repubblica di Venezia mantenne per secoli a partire dalla fondazione della città, fino a quando, il 17 aprile 1345, a seguito di grandi dibattiti e discussioni interne, il Maggior Consiglio decise di abrogare la legge che vietava ai cittadini veneziani di acquistare terreni in terraferma.
Il patriziato veneziano cominciò a investire ingenti capitali nelle campagne dell’entroterra veneto, proseguendo l’opera di bonifica avviata dai monaci benedettini. Nuove colture e tecniche all’avanguardia furono introdotte nell’ambito di una rivoluzione agraria che gravitava intorno alla Villa, punto focale del possedimento fondiario nel quale la maestosità del corpo padronale si coniugava con la funzionalità dei fabbricati legati all’amministrazione della tenuta. La Repubblica di Venezia aveva inoltre sviluppato un fiorente sistema proto industriale basato sulla gelsicoltura e la bachicoltura per la produzione di seta.
L’estensione in terraferma della Repubblica di Venezia avvenne anche tramite una serie di campagne militari. Significativa fu a tal proposito la conquista veneziana del Friuli, che nel 1420 pose fine al Patriarcato di Aquileia.
Con la scoperta dell’America e il conseguente spostamento dell’asse commerciale dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, divenne cruciale per la Repubblica di Venezia espandere i propri domini in terraferma per difendere i propri interessi economici e per consolidare la propria posizione strategica in un contesto di rapida evoluzione geopolitica.
Al 1501 risale la creazione del Magistrato delle acque, incaricato della tutela dei bacini idrici della laguna veneta. Nel 1763 fu istituita all’Università Padova la prima cattedra di agraria, ricoperta dal botanico e agronomo Pietro Arduino (Caprino Veronese, 18 luglio 1728 – Padova, 13 aprile 1805).
La famiglia Riello Pera
Antiche documentazioni attestano che i Pera, probabilmente mercanti veneziani, erano presenti nella seconda metà del XV secolo a Costantinopoli, dove possedevano un fondaco. Nel 1453, con la riconquista di Istanbul da parte di Maometto II, due membri della famiglia, zio e nipote, lasciarono il quartiere denominato Pera per fare ritorno in patria.
Da Istanbul a Portobuffolè
La provenienza della famiglia Pera trova conferma, oltre che nell’omonimo distretto del Corno d’Oro, anche nel Pera Palace Hotel di Istanbul, divenuto celebre per essere il luogo in cui Agatha Christie scrisse “Assassinio sull’Orient Express”. I capitali accumulati con le attività commerciali furono inizialmente investiti a Portobuffolé. Nel 1570, dopo che un sacerdote dei Pera aveva vinto la parrocchia di Gaiarine, la famiglia iniziò a trasferirsi in queste zone, approfittando di una svendita di terreni della Repubblica di Venezia.
Le residenze della famiglia Pera a Gaiarine e a Pordenone
Attribuita a Nicola Pera con il progetto architettonico dell’agrimensore Stefano Segato, la dimora patrizia aveva la funzione di abitazione padronale e “mezà” per seguire l’attività agricola. Durante l’inverno, la famiglia abitava a Palazzo Pera a Pordenone. Situata in Corso Garibaldi di fronte a Palazzo Loredan-Porcia, la residenza fu poi venduta dopo la prima guerra mondiale.
Essendo l’ultima discendente della famiglia, la nonna dell’attuale proprietario Camillo Riello Pera ottenne che il proprio cognome fosse aggiunto a quello del marito, un Riello da Padova.
Con la fine della mezzadria negli anni Settanta del Novecento, la villa ha perso la sua funzione economico agricola ma conserva ancora attrezzature e cantine con relative botti e accessori per la vinificazione.
Al 2001 risale l’inizio dei lavori di restauro della villa e degli annessi rustici, eseguiti nel rispetto dell’autenticità storica del complesso architettonico e dell’apparato decorativo.
Villa Pera a Gaiarine (TV).
Il parco di Villa Pera
Giardino all’inglese di Villa Pera con alberi secolari e statue settecentesche.
Con un’estensione superiore a un ettaro e mezzo, il parco secolare di Villa Pera rappresenta lo scenario ideale per svolgere eventi memorabili in un’atmosfera fiabesca e immersa nel verde in cui il tempo pare essersi fermato.
Il parco di Villa Pera a Gaiarine (TV).
Adornata da antiche fontane e vasche d’acqua zampillanti, il radioso giardino all’inglese è costellato di tigli, cedri, tassi, aceri campestri, noccioli, magnolie, gelsi, sgargianti specie floreali come rose, lantane e oleandri nonché piante ornamentali come l’alloro, il lauro, l’agrifoglio e l’acanto.
Vasca d’acqua zampillante nel parco secolare di Villa Pera.
In prossimità dell’entrata principale della villa, si rimane colpiti da uno stupendo Liriodendron tulipifera, conosciuto anche come albero dei tulipani per la bellezza dei suoi fiori a calice profumati, distinti da una delicata tonalità giallo-verde. Accanto a esso, una splendida Lagerstroemia incanta nel mese di agosto con i suoi rigogliosi fiori a grappolo.
L’area più appartata del parco, in cui si trova la piscina, è perfetta per allestire buffet, cocktail, taglio della torta e qualsiasi altro tipo di evento desideriate. Gli spazi all’aperto, ampi e ben curati, possono accogliere fino a trecento ospiti, con la possibilità di organizzare eventi gastronomici e culturali, esibizioni teatrali, festival e rievocazioni storiche.
Giardino con piscina a Villa Pera, Gaiarine (TV).
Architettura di Villa Pera
Cortile interno di Villa Pera, Gaiarine (TV).
La proprietà nobiliare è costituita da un corpo padronale a tre piani, la cui costruzione ebbe inizio nel 1670, intorno al quale si articolano a spirale gli annessi impiegati per la lavorazione e l’immagazzinamento dei prodotti agricoli.
Verticalmente tripartita, la facciata rivolta a nord ovest è ornata da due statue in pietra bianca tenera del XVIII secolo simboleggianti l’estate e l’inverno. Conclusa da un frontone triangolare, la parte mediana del prospetto è ingentilita al primo piano da un elegante poggiolo.
Culminante con una chiusura ad arco, la facciata principale reca al piano nobile, in posizione centrale, un terrazzino coronato da un timpano triangolare. Quest’ultimo è sormontato dallo stemma della famiglia Pera raffigurante un leone e un albero di pere. Al di sopra del blasone campeggia un orologio astronomico a lato del quale, in basso a destra, è riportata la locuzione latina: “gutta cavat lapidem” ovvero “la goccia scava la pietra”.
La distribuzione degli ambienti nel nucleo residenziale rispecchia il classico schema del palazzo veneziano, con salone passante e quattro stanze laterali. Tradizionalmente, la sala di rappresentanza si articola tra la porta de tera e la porta de mar, rivolte rispettivamente verso la calle e verso il rio. Nel caso di Villa Pera, l’ingresso principale è posto di fronte a quello che si affaccia sul cortile interno.
Varcato l’ingresso a sud-ovest, si rimane colpiti dal pregiato terrazzo veneziano che impreziosisce il luminoso salone principale. Alla nostra destra troviamo gli studi. Alla nostra sinistra si apre l’area domestica con un raffinato salottino e le scale che conducono al piano nobile, in cui si trova un’elegante sala in asse con quella sottostante.
Alle pareti sono disposti quadri di origine francese e un affresco raffigurante la Madonna col Bambino, San Rocco e San Sebastiano, rimosso poco dopo la fine della prima guerra mondiale da una cappella seicentesca prossima alla demolizione.
Il cortile interno di Villa Pera a Gaiarine (TV).
Attraversato il cortile interno, ombreggiato da un alto salice tortuoso e incorniciato sul lato est da una florida pergola di vite, si accede a un’ampia sala con caminetto capace di ospitare fino a cento persone. Al di sopra della sala è situato il granaio, dalla cui posizione privilegiata, si gode nelle giornate limpide di una veduta mozzafiato del Cansiglio.
Cortile interno di Villa Pera con salice e pergola di vite.
Impiegati per l’essiccamento e lo stoccaggio del granturco, del frumento, del tabacco e dei bachi da seta, i vasti ambienti del granaio venivano arieggiati tramite delle aperture all’altezza del pavimento e al di sopra delle finestre. All’occorrenza, i locali venivano riscaldati con dei bracieri collocati lungo le pareti. Prima che venisse installata una carrucola per il sollevamento dei carichi, i sacchi di cereali venivano trasportati in spalla dai mezzadri su una scalinata di pietra.
Da sempre appartenuta alla stessa famiglia, Villa Pera è associata all’AVV(Associazione Ville Venete) all’ARVV (Associazione Regionale Ville Venete), all’ADSI (Associazione Dimore Storiche Italiane).
Se desiderate vivere un’esperienza indimenticabile nella cornice di una spettacolare residenza signorile del XVII secolo, Villa Pera e il suo affascinante parco romantico rappresentano lo scenario ideale per celebrare eventi di grande rilievo in un contesto di raffinatezza, serenità ed eleganza fuori dal comune.
tra antichi passatempi, tuffi nella paglia, “treasure hunt” e spettacoli per tutti
Dalle 10 al tramonto nella grande tenuta del Papafava a Rovolon nel cuore dei Colli Euganei Patrimonio Unesco
Frassanelle R Festa dei Giochi Veci e Novi
Rovolon (PD), 11 ottobre 2024 – E’ tempo di Festa dei Giochi Veci e Novi al Parco Frassanelle, a Rovolon, nel cuore dei Colli Euganei. Un grande classico che va a rendere omaggio al piacere di giocare a tutte le età. che ogni edizione si arricchisce di nuovi giochi ed attività.
Giunto alla nona edizione, l’evento permette a grandi e piccoli di cimentarsi con una miriade di giochi e di assistere a spettacoli di vario tipo adatti ai bambini. Si potranno riscoprire i giochi di un tempo (compresi i giochi antichi in legno), perdersi dentro il labirinto di paglia e tuffarsi nella paglia,immergersi nello spettacolo di magia e in quello delle marionette, testare le proprie abilità linguistiche con la Treasure Hunt anche in lingua inglese.
Ma non solo: numerologia, passeggiate e spettacoli con i rapaci, laboratori di tessitura, rilegatura giapponese.
Per tutto l’arco della giornata saranno attivi i punti di ristoro: Azienda Agricola “Valle Madonnina”, “Birrificio Monterosso”, “Le Delizie di Nonna Tea” e “Ambron: crepes dolci e salate” e Fritzy e Sprizzy.
Biglietti sul sito: www.frassanelle.it Le bellezze del parco e delle sue grotte saranno visitabili da apertura sino al tramonto. E’ possibile prenotare la visita guidata alla villa (due ore circa), alle grotte ed al parco (orario: ore 11 e ore 15) sia tramite Whatsapp (+39 331 4249860), che tramite mail (info@frassanelle.it).
Ampio parcheggio su erba gratuito a disposizione all’ingresso della tenuta.
Parco Frassanelle IST Festa dei Giochi Parco Frassanelle
INGRESSO Biglietti a partire da 9€ (online). Ridotto(4 – 14 anni): da 5€ (online).
Treviso è una piccola perla che sembra disegnata apposta per gli innamorati. Con i suoi canali silenziosi, i mulini antichi e le piazze eleganti, offre lo scenario ideale per festeggiare il 14 febbraio.
Quest’anno San Valentino cade di sabato, un’occasione perfetta per organizzare qualcosa di speciale senza fretta. Che siate una coppia romantica, appassionata d’arte o in cerca di divertimento, la Marca Trevigiana offre un calendario ricco di appuntamenti. Ecco una selezione di 7 eventi da non perdere per il 2026 e tre guide utili per organizzare la serata perfetta.
7 Eventi per San Valentino a Treviso (Sabato 14 Febbraio 2026)
Ecco cosa offre il territorio per questa giornata speciale, dal centro città alla provincia.
1. San Valentino in barca sul Sile
Un’esperienza suggestiva per vedere Treviso da una prospettiva diversa: quella dell’acqua. L’associazione “Treviso Ama” organizza romantici giri in barca sul fiume Sile con partenza da Ponte Dante. È l’occasione giusta per un brindisi al tramonto cullati dalla corrente.
Per le coppie che amano la grande prosa, il Teatro Del Monaco ospita un classico intramontabile di Eugene O’Neill. Uno spettacolo intenso e coinvolgente, perfetto per chi cerca una serata culturale nel salotto buono della città.
3. Mostra: “Un Magico Inverno” alla Collezione Salce
Se amate l’arte e il vintage, non perdete questa mostra dedicata ai manifesti storici degli sport invernali. Un tuffo nell’eleganza grafica del passato, visitabile proprio nel cuore di Treviso presso la sede di San Gaetano.
A pochi minuti dal centro, Quinto di Treviso celebra l’amore con l’evento “Quinto in Love”. Il momento clou sarà l’esibizione del “Piano Sky”, un pianoforte che suona sospeso nell’aria, creando un’atmosfera davvero magica e sognante.
Quest’anno San Valentino coincide con il periodo di Carnevale. Se volete una serata diversa e allegra, a Zenson di Piave si tiene la grande sfilata dei carri allegorici in notturna. Ideale per le coppie che vogliono divertirsi e ballare.
Al Teatro Accademia di Conegliano va in scena un omaggio a una delle più grandi voci italiane. Silvia Mezzanotte interpreta i successi di Mina in un concerto elegante ed emozionante, perfetto per una serata in musica.
Per le coppie curiose di scoprire nuovi linguaggi, la galleria 21Art ha appena inaugurato (il 13 febbraio) la personale dell’artista camerunense Pascale Marthine Tayou. Un’esplosione di colori e materiali per un appuntamento originale e stimolante.
Altre 3 Idee per completare la serata di San Valentino a Treviso
Cerchi l’ispirazione finale? Completa il programma con tre idee extra per vivere al meglio il San Valentino a Treviso, spaziando tra centri benessere, ristoranti stellati e angoli romantici.
Treviso è piena di angoli nascosti e suggestivi. Se cercate il posto perfetto per una dichiarazione o semplicemente per una passeggiata mano nella mano lontano dalla folla, qui trovate i nostri preferiti.
Ringraziamo il comune di San Zenone degli Ezzelini e l’associazione Oasi San Daniele per la gentile collaborazione.
Veduta dello stagno del Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo, San Zenone degli Ezzelini.
Indice dei contenuti
Dove si trova l’Oasi San Daniele?
Il parcheggio dell’Oasi è situato in via S. Daniele (45.80682112289879, 11.812360917884773).
Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo, San Zenone degli Ezzelini.
Con un’estensione di circa 100.000 m², il Parco Naturale Oasi San Daniele è situato nella frazione di Liedolo all’estremità settentrionale di San Zenone degli Ezzelini, confinante con i comuni di Borso del Grappa a nord, di Mussolente a ovest.
Incorniciati da pioppi cipressini, robinie, olmi, ailanti, aceri campestri, sanguinelle, querce, ciliegi, sambuchi e gelsi, candidi tracciati campestri si snodano tra ampie distese di granturco, vigneti e campi di frumento soleggiati che avvolgono questo lussureggiante parco di acque dolci alimentato dalle sorgenti carsiche del Massiccio del Grappa.
Maestoso gruppo montuoso delle Prealpi Venete, quest’ultimo troneggia tra i corsi della Piave e del Brenta, le cui gelide acque ne separano i versanti orientali e occidentali rispettivamente dal gruppo Cesen-Visentin e dall’Altipiano di Asiago.
Popolata da un ricco patrimonio floreale, arboreo e faunistico, l’Oasi include itinerari fruibili da persone disabili, accessibili a carrozzine e passeggini.
Storia del Parco Naturale Oasi San Daniele
La geologia dell’Oasi
L’area in cui si estende il Parco Naturale Oasi San Daniele sorgeva anticamente ai piedi di un’altura, lungo le rive di un bacino lacustre. Il deposito di fini sedimenti limosi e argillosi, trasportati da numerosi corsi d’acqua, determinò il sollevamento dell’area con la conseguente scomparsa del lago e di altri specchi d’acqua presenti nell’alta pianura trevigiana.
In origine modulato da un sistema di modesti valloni solcati da fiumiciattoli e lambiti da chiare sorgenti, il cuore dell’Oasi fu adibito a cava di argilla a partire dagli anni Sessanta del Novecento per la produzione di mattoni nella vicina fornace “Serena”.
Da cava dismessa a paradiso terrestre
Con l’abbandono dell’attività estrattiva nel 1984, la desolata distesa di fango e immondizia tornò lentamente a recuperare le caratteristiche dell’ambiente incontaminato di un tempo.
I monitoraggi e gli interventi di rinaturalizzazione hanno dato vita a un importante serbatoio di biodiversità faunistico e vegetale che trova nell’ecosistema dell’Oasi le condizioni adatte a prosperare.
Prato fiorito nel Parco Naturale Oasi San Daniele. In primo piano un ranuncolo.
L’amministrazione comunale e un comitato spontaneo di cittadini, capeggiato dall’Associazione Sentieri Natura di San Zenone degli Ezzelini, diedero prova di tenacia e coscienza ecologica nel portare a termine con successo una battaglia politico-legale, iniziata nel 1997, per impedire al gruppo immobiliare la Fenice, proprietario dell’area corrispondente all’ex cava, di realizzarvi una discarica per fanghi, catalogabili come rifiuti pericolosi. Nel giugno del 2003 il Consiglio di Stato accolse il ricorso del comune di San Zenone degli Ezzelini, confermando in via definitiva il divieto della realizzazione della discarica e rendendo possibile l’istituzione del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Vasta radura nel Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo, San Zenone degli Ezzelini.
Alla società proprietaria del terreno fu concesso di realizzare una struttura ricettiva, a condizione che realizzasse anche delle aule didattiche all’interno del sito.
Il mancato adempimento di tale obbligo generò una serie di vicissitudini giudiziarie tra la società immobiliare La Fenice e il Comune, che si conclusero con il riconoscimento in favore di quest’ultimo di un importo di circa 150.000 euro. Nel 2019, l’amministrazione si aggiudicò all’asta, per 50.500 euro, la superficie di 85.000 m² corrispondente ai terreni dell’Oasi e dell’area edificabile, cui si aggiunse un’ulteriore porzione di 12.000 m².
Lo stagno del Parco Naturale Oasi San Daniele
Grazie al contributo vinto da un bando della Regione Veneto e al contributo del Comune di San Zenone degli Ezzelini, la Società di servizi Verde Idea di Botter Michele e il dott. Andrea Venturi hanno affiancato l’Associazione Oasi San Daniele nella progettazione e realizzazione di uno stagno nell’area in cui sorgevano quattro pozze circolari, profonde non più di un metro, soggette a secche stagionali e al congelamento invernale.
L’attuale bacino lacustre, caratterizzato da una maggiore profondità, e le piante autoctone che ne incorniciano le sponde costituiscono una nicchia ecologica di grande valore per la flora e la fauna locale.
L’impianto di fitodepurazione
Opera di Verde Idea è anche un sistema di fitodepurazione, metodo di trattamento delle acque reflue basato sull’interazione tra suolo e piante acquatiche. Il bacino impermeabilizzato, riempito sul fondo con materiale ghiaioso, è coperto di pietrisco in corrispondenza dell’ingresso e della raccolta dell’effluente.
Le essenze vegetali utilizzate (Alisma plantago aquatica, Carex sp., Juncus effusus, Typha latifolia, Typha angustifolia) trasferiscono l’ossigeno dall’atmosfera al refluo in profondità attraverso le radici e i rizomi, creando le condizioni adatte alla proliferazione di comunità microbiche, aerobiche e anaerobiche, fondamentali per i processi di degradazione degli inquinanti.
Il percorso ecologico sensoriale a piedi scalzi
Il percorso ecologico sensoriale a piedi scalzi nel Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
Opera della società Verde Idea, l’itinerario sensoriale di 130 metri che collega idealmente i fiumi Piave e Brenta è scandito da trenta postazioni realizzate con materiali legati alla storia geologica del territorio: da blocchi di marmo del Massiccio del Grappa e ghiaie di diversa granulometria provenienti dal Brenta, dal Lastego, dal Piave e dal Muson all’argilla tipica dell’Oasi e delle colline di Possagno, cui si alternano tratti prativi o comunque suoli morbidi.
Percorso sensoriale a piedi scalzi nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Conosciuta come earthing o grounding, la pratica di camminare a piedi nudi, per la quale il sentiero è stato progettato, viene associata a potenziali benefici psico-fisici, tra cui la riduzione dello stress, il miglioramento della qualità del sonno e della funzionalità cardiovascolare.
Sentiero ecologico a Piedi Scalzi. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il contatto diretto della pelle con la superficie delle rocce, dei sassi, del legno, dell’erba e della terra permette di percepirne consistenze, temperature e porosità, stimolando e affinando uno dei sensi che spesso si tende a trascurare.
Sentiero ecologico a Piedi Scalzi. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Sentiero ecologico a Piedi Scalzi. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il prato esposto
Prato esposto e area picnic nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Varcato l’ingresso dell’Oasi, lo sguardo spazia su un vasto e luminoso prato incorniciato da robinie, gelsi, ailanti, biancospini, noccioli, carpini, aceri, pioppi, cipressi e molti altri arbusti e piante d’alto fusto.
Azzeruolo nel prato esposto del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Panorama autunnale del prato esposto nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
La vegetazione arborea che avvolge il placido manto erboso ombreggia i tavoli e le panche di legno dell’area picnic, da cui si possono ammirare, nella stagione primaverile, i petali rosa pallido della rosa canina, la fioritura della buddleja, comunemente nota come “albero delle farfalle”, nonché sgargianti farfalle ninfalidi e licenidi. Al calar della sera, accompagnati dal frinire dei grilli, i bagliori delle lucciole creano in questo ambiente un’atmosfera magica che invita alla calma contemplazione della natura.
Raganella scolpita sul ceppo di un pioppo da Michelino Fabbian. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Salamandra e scoiattolo scolpiti sul ceppo di un ceppo di pioppo da Michelino Fabbian. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Dal ceppo di un pioppo, abbattuto in quanto pericolante, emergono le figure di uno scoiattolo, di una salamandra, di una chiocciola e di una raganella sapientemente scolpite da Michelino Fabbian a testimonianza della sensibilità ambientale, della creatività e della passione per l’arte su cui si fonda il desiderio di ridare vita a questa rigogliosa area umida.
Luminosa distesa prativa nel Parco Naturale Oasi San Daniele. Sullo sfondo, bosco planiziale dominato dal Massiccio del Grappa all’orizzonte.
Importante serbatoio di biodiversità, l’area verde accoglie volatili come l’airone guardabuoi, la poiana, l’averla piccola, il picchio verde e il fagiano, mammiferi come lepri, ricci e talpe nonché anfibi come il ramarro, la rana verde, la salamandra pezzata e la già citata raganella, simbolo del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Poiana nel Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
All’interno del fertile prato assolato si trova uno stagno bordato da fitte associazioni di giunco effuso e mazzasorda (Tifa angustifolia), la cui infiorescenza è composta da una parte inferiore femminile, vellutata, marrone, di forma cilindrica e l’altra superiore, gialla e sottile, maschile. In primavera ed estate si rimane incantati dalle ninfee che galleggiano sulla superficie dell’acqua.
Stagno nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
L’Hotel degli insetti
L’Hotel degli insetti nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Solcato dal sinuoso itinerario sensoriale, il prato ospita una struttura concepita per favorire la riproduzione e lo svernamento di numerose specie di insetti, contribuendo al mantenimento della biodiversità. Oltre agli insetti, può accogliere anche artropodi, rettili come le lucertole campestri e micromammiferi.
L’Hotel degli insetti è dedicato a Mattia Gastaldello, benefattore che ha dato modo all’Associazione Oasi San Daniele di realizzarlo.
Tra le specie più comuni si annoverano il bombo (Bombus sp.), il carabide (Amara sp.), l’ape legnaiuola (Xylocopa sp.), il sirfide (Volucella sp.), la vespa vasaio (Delta sp.), la lucertola campestre (Podarcis siculus) e il ragno zebra (Argiope bruennichi).
Insetti, ragni e rettili che frequentano l’Hotel degli insetti nel Parco Oasi Naturale San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
Il bosco di pianura
Dopo aver attraversato il percorso a piedi scalzi, il sentiero si inoltra nel placido scenario del bosco planiziale, i cui sgargianti colori affascinano in ogni stagione dell’anno.
Il bosco di pianura in autunno nell’Oasi Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
L’attuale paesaggio della Pianura Padana, dominato dalla monocoltura e da vasti agglomerati urbani, era ammantato in epoca preromana da sconfinate estensioni boschive, con prevalenza di querceti di roveri misti ad abeti e faggi, popolate da insediamenti umani dediti a semplici cure colturali nelle radure dei boschi.
Sorto su terreno argilloso, il bosco planiziale dell’Oasi comprende una parte antica, formata da boschi relitti facenti parte del parco di una villa romana, cui si aggiungono frazioni più recenti, piantumate nelle zone in cui transitavano i mezzi di cavazione.
Biancospino nel bosco del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Trifoglio nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Sorto su terreno argilloso, il bosco planiziale dell’Oasi comprende un’area antica, costituita da boschi relitti che facevano parte del parco di una villa romana, dove sbocciano alcune specie di orchidee come il nido d’uccello (Neottia nidus-avis) e la Listeria Maggiore (Neottia ovata), e una frazione più recente, piantumata nelle zone un tempo percorse dai mezzi di cavazione.
La tendenza di alcune aree del bosco a trattenere l’acqua piovana determina la formazione di una zona più secca e soleggiata e di una fascia con sottobosco più ombroso e umido, in cui si possono ammirare fioriture primaverili di primule, viole, campanule, anemoni, elleboro e vegetazione tipica delle aree riparie e degli specchi d’acqua, come l’equiseto e varie specie di salice.
Il denso manto di robinie, aceri campestri, ailanti, roverelle, pioppi neri, sanguinelle e rovi di more offre riparo e nutrimento a mammiferi come volpi, cinghiali, tassi, scoiattoli, faine e caprioli, a volatili come il pettirosso, lo sparviere, la poiana, il picchio rosso, la ghiandaia, l’usignolo, la capinera, il picchio muratore e a coleotteri come il cervo volante. Coleottero della famiglia dei Lucanidi, quest’ultimo deve il suo nome alle grandi mandibole del maschio, simili ai palchi di un cervo.
Il bosco del Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo, San Zenone degli Ezzelini.
Le tane per i ricci
Nei pressi di uno stagno notiamo delle piccole costruzioni di legno, coperte da un fitto strato di rami, che si confondono nella vegetazione del sottobosco.
Tane artificiali per i ricci nel bosco del Parco Naturale Oasi San Daniele
Si tratta di tane artificiali per l’accoppiamento del Ricco Europeo (Erinaceus europaeus), il quale, al termine del periodo di riproduzione che avviene tra maggio e ottobre, trova in questi rifugi un ambiente sicuro per andare in letargo.
I margini dei boschi e le aree cespugliate, rurali e suburbane meglio rispondono alle esigenze di questo mammifero insettivoro, che in questo habitat si nutre di scarabei, bruchi, millepiedi, lombrichi, lumache senza guscio nonché porcellini di terra, carogne, giovani topi e piccole uova di uccelli.
Lo stagno stagionale
Stagno stagionale nel Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
Lo stagno stagionale è un bacino di raccolta delle acque meteoriche con profondità non superiore ai 50 cm, il cui livello è soggetto a significative oscillazioni giornaliere e stagionali, sia in termini di temperatura che di quantità d’acqua. Tali bacini tendono a prosciugarsi in estate, per effetto dell’evaporazione, e in inverno, a causa della scarsità di precipitazioni.
Tale ecosistema favorisce la presenza di invertebrati che hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione la capacità di adattarsi a periodi di siccità e di gelo, per riprendere il ciclo biologico al ritorno dell’acqua. È questo il caso di invertebrati acquatici come notonette, gerridi, coleotteri e ditiscidi, i quali raggiungono in volo le acque permanenti più vicine durante la fase di secca degli stagni stagionali, per poi farvi ritorno quando si riempiono con le piogge primaverili o autunnali.
Altri invertebrati, tra cui efemerotteri, odonati, tricotteri, ditteri e vari coleotteri, modulano la durata del ciclo larvale in base alle condizioni ambientali e alla disponibilità idrica. Al sopraggiungere della fase di secca, questi insetti hanno già raggiunto lo stadio adulto e sono in grado di volare, oppure creano un bozzolo, la pupa, all’interno del quale avviene la metamorfosi.
Tra gli anfibi si distinguono urodeli, dotati di coda, come salamandre e tritoni, e anuri, privi di coda, come rane e raganelle, che trovano riparo fino al periodo dell’accoppiamento nelle pozze temporanee, dove depongono le uova.
Passerella sullo stagno del Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini.
Procediamo a ovest e discendiamo una scalinata in terra battuta, coperta di foglie secche, che conduce alla parte bassa dell’Oasi, dove possiamo contemplare incantevoli stagni circondati da vegetazione riparia.
Stagno nel cuore del Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo di San Zenone degli Ezzelini.
Proseguendo in direzione ovest si raggiunge un bivio. Svoltando a sinistra, il sentiero conduce a una vasta radura fiorita, delimitata dal bosco dell’Oasi e da floride siepi: una placida distesa erbosa da cui si possono ammirare affascinanti vedute panoramiche del versante meridionale del Massiccio del Grappa.
Radura nel Parco Naturale Oasi San Daniele. Sullo sfondo il Massiccio del Grappa.
Prato con ranuncolo in primo piano. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Scorcio di una fontana con statue raffiguranti un angelo e la Vergine Maria ai margini del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Svoltando a destra si raggiunge invece una luminosa collinetta, dalla cui sommità si abbraccia con lo sguardo la vallata dominata dal Massiccio del Grappa e il paese di Borso del Grappa che sorge ai suoi piedi. In lontananza si distinguono il campanile e la Chiesa Arcipretale dei Santi Maria e Zenone.
Veduta panoramica del Massiccio del Grappa e del Paese di Borso del Grappa dal Parco Naturale Oasi San Daniele.
Proseguiamo a nord fino a incrociare Via S. Daniele, quindi svoltiamo a sinistra per intraprendere il sentiero delle querce, percorso ad anello che si articola ai margini dell’Oasi.
Il sentiero delle querce. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il sentiero delle querce. Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il sentiero della Tipha
L’itinerario più adatto a osservare gli stagni del Parco Naturale Oasi San Daniele e lo straordinario complesso faunistico e floreale che li caratterizza è il sentiero della Tipha.
Varcato l’accesso dell’Oasi, troviamo alla nostra destra una verde altura coronata da lecci, olmi e cipressi. Superato il ceppo decorativo scolpito da Michelino Fabbian, seguiamo le indicazioni per il sentiero della Tipha.
Carpino nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Sanguinella nel sottobosco del Parco Naturale Oasi San Daniele.
I tre bacini
Dopo aver disceso una breve scalinata in legno e terra battuta affiancata da un florido carpino, si imbocca il sentiero che costeggia i placidi stagni dell’Oasi circondati da salici, equiseti, aceri campestri, acacie, sanguinelle, olmi, pioppi e molti altri alberi e piante ripariali.
Il sentiero della tipha nel Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo di San Zenone degli Ezzelini.
Importanti serbatoi di biodiversità, questi preziosi biotipi costituiscono un luogo adatto allo svernamento e alla riproduzione di numerose specie anfibie che all’interno dell’Oasi trovano un rifugio sicuro dall’inquinamento prodotto delle attività industriali e agricole.
Veduta degli stagni lungo il sentiero della Tipha nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il sentiero della Tipha nel Parco Naturale Oasi San Daniele.
Il tranquillo tracciato panoramico conduce a una comoda passerella di legno da cui abbiamo avvistato splendidi esemplari di germano reale, una delle numerose specie avicole che popolano gli stagni del sito naturalistico.
Punto di osservazione dello stagno del Parco Naturale Oasi San Daniele a Liedolo, San Zenone degli Ezzelini.
Lo stagno profondo stabile
Lo stagno è un corpo idrico con circolazione d’acqua, la cui profondità, superiore a un metro, può raggiungere un massimo di cinque metri. In assenza di acque torbide, la luce solare raggiunge il fondale del bacino rendendo possibile la crescita di piante macrofite.
Germano reale nello stagno del Parco Naturale Oasi San Daniele.
Lungo le sponde dello stagno prosperano la cannuccia palustre, il giunco fiorito, la tifa a foglie larghe e la tifa a foglie strette, fiore all’occhiello dell’Oasi, cui fanno da sfondo svettanti robinie, salici bianchi e salici delle capre, i cui fiori maschili, sul finire dell’inverno, si ricoprono di peli grigio argentei chiamati gattini.
A testimonianza della salubrità di questo delicato ecosistema si possono avvistare, oltre al Germano reale, esemplari di Tuffetto, Airone cenerino, Nitticora, il Porciglione e Gallinella d’acqua.
Tra le specie ittiche che frequentano questo ambiente acquatico si annoverano la tinca, il carassio, l’alborella e lo spinarello. La fauna che popola lo stagno include la rana verde, la tartaruga dalle orecchie rosse e la natrice dal collare, mentre tra i canneti e sul pelo dell’acqua volteggiano libellule e damigelle.
Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini 59
Parco Naturale Oasi San Daniele a San Zenone degli Ezzelini 60
Area sommitale con capanni di avvistamento
Accessibili su prenotazione, i capanni nell’area di sperimentazione naturalistica sono stati realizzati dai volontari per ospitare i fotografi che desiderano immortalare l’avifauna locale.
Ricoperto da una rada pineta, il terreno su cui sorgono ospita una mangiatoia e una pozza d’acqua limpida per attirare la fauna selvatica soprattutto in inverno, stagione in cui vi è una maggiore scarsità di cibo.
Inanellamento
All’interno del Parco Naturale Oasi San Daniele viene praticato l’inanellamento, metodo scientifico di ricerca e studio dell’avifauna attraverso il quale gli ornitologi possono compiere misurazioni e monitorare lo stato di salute dei volatili che transitano o nidificano nel sito naturalistico.
Il nome di questa pratica deriva dall’anello identificativo che viene applicato sul tarso dei volatili.
Casette nido per rapaci
Il Parco Naturale Oasi San Daniele ospita inoltre cinque casette per la nidificazione dell’Allocco (Strix aluco), dell’Assiolo (Otus Scops) e della Civetta (Atene noctua). Oltre ai rapaci notturni, i nidi artificiali danno rifugio a passeriformi come la Cinciallegra (Parus major) e il Picchio muratore (Sitta europaea). Quest’ultimo in realtà non è un vero picchio e nidifica in cavità naturali o nei nidi scavati dai veri picchi, di cui riduce le dimensioni del foro d’entrata aggiungendo fango o argilla.
Il successo del progetto è testimoniato dalla nidificazione dell’Allocco, del Picchio muratore e della Cinciallegra, che hanno colonizzato i nidi artificiali già dal primo anno della loro installazione.
Se vi chiedete cosa fare a San Zenone degli Ezzelini, il Parco Naturale Oasi San Daniele è una meta imperdibile per chi desideri esplorare un polmone verde incontaminato, compreso tra i fiumi Piave e Brenta, riportato all’antico splendore grazie ad accurate opere di bonifica e di recupero ambientale.
Ammantato da antichi boschi lambiti da stagni costellati di ninfee, il fertile sito naturalistico su cui veglia la colossale mole del Massiccio del Grappa è attraversato da sinuosi tracciati ombreggiati da salici, svettanti pioppi e maestose querce. Meta ideale per gli appassionati di fotografia ed escursionismo, l’Oasi permette di ammirare un delicato ecosistema sopravvissuto all’espansione agricola e industriale.
Il materiale fotografico, video e i contenuti scritti sono di proprietà esclusiva dell’Associazione Oasi San Daniele di San Zenone degli Ezzelini (TV). Tutti i diritti d’autore sono riservati. Copyright di Oasi San Daniele.
Domenica 19 ottobre a Sant’Eusebio, Bassano del Grappa
È tutto pronto per l’attesa marcia che regala tante opportunità formative in più ai bambini delle Scuole di Sant’Eusebio
E c’è una nuova mascotte
Bassano del Grappa (VI), 14 ottobre 2025 – È ormai un appuntamento consolidato ed atteso quello con la “Passeggiata per mano insieme”, che si terrà domenica 19 ottobre, organizzata dal Comitato Genitori Scuole Sant’Eusebio, con il patrocinio del Comune di Bassano del Grappa.
Aperta e praticabile per tutti, inserita anche all’interno del circuito delle marce iscritte alla FIASP, è nata nel 2003 con lo scopo di raccogliere fondi da destinare a progetti scolastici, per opera di alcuni genitori dei bambini frequentanti le scuole dell’Infanzia e della Primaria di Sant’Eusebio di Bassano del Grappa. Ma è soprattutto un’occasione di socialità, oltre che di benessere e di sport, in cui le famiglie del territorio, in particolare, ma non solo, si incontrano, si conoscono e condividono piacevoli esperienze.
Quest’anno si è voluto dare anche un immagine più vivace e giocosa alla “Passeggiata per mano insieme” con la creazione di un personaggio ideato da Diego Bao, un coniglietto che farà da mascotte della manifestazione, a cui i bambini saranno invitati, attraverso un divertente contest, a sceglierne il nome.
Il Comitato Genitori, costituito nel 2015 con la finalità di promuovere senza fine di lucro eventi sportivi e ricreativi per sostenere le attività delle scuola dell’infanzia e primaria del quartiere, inizia a preparare l’evento un anno prima, occupandosi di tutti gli aspetti della marcia, dai ristori ai servizi di sicurezza (ambulanze, servizio radio, bagni, vigili agli incroci), e coinvolgendo attivamente anche gli altri genitori delle scuole di Sant’Eusebio nella preparazione di panini, biscotti e torte o come volontari per guidare i partecipanti della passeggiata nei vari percorsi.
«È solo grazie al contributo di tutti (genitori, Comune di Bassano, sponsor e numerosi volontari delle associazioni del quartiere) – commenta il presidente del Comitato Genitori delle Scuola di Sant’Eusebio Rigoni – che in questi anni si sono ottenuti risultati importanti, trasformati in opportunità per i nostri bambini di esplorare nuove modalità per esprimere sé stessi. Con il ricavato delle manifestazioni, infatti, i bambini delle scuole dell’Infanzia e della Primaria, ad esempio, hanno potuto cimentarsi gratuitamente in corsi di musica, motoria e inglese, nonché avere la possibilità di fare delle uscite per scoprire il proprio territorio».
Per domenica 19 ottobre, la manifestazione podistica, non competitiva, prevede 3 percorsi: uno da 6 chilometri, uno da 11 chilometri ed uno da 18 chilometri per i più allenati. Si parte dagli impianti sportivi di Sant’Eusebio (Villaggio Sant’Eusebio n. 43), dalle ore 7:30 alle 9 e la conclusione è prevista per le 13. Le premiazioni inizieranno intorno alle 10.30. Le iscrizioni si chiuderanno la mattina stessa, fino all’orario massimo di partenza.
In caso di maltempo, la manifestazione si svolgerà ugualmente.
La Passeggiata “Per mano insieme” è in collaborazione con il Comitato di Quartiere, A.N.A., Donatori di Sangue, Unità Pastorale Angarano, A.R.I. Montegrappa, U.S. Bassanese. Ha il patrocinio del Comune di Bassano e con il prezioso contributo dell’Istituto Comprensivo Statale n. 3, nonché degli amici della marcia Electrade spa, Italstampi srl, Studio Dentistico Busnardo, Agb spa, Inklima srl, Anicrin Srl, Mitsubishi spa, Metalba spa, la Bottega Dei Dolci, Clios snc, Giovanni Visentin Arredamenti, Sweet Devils, Puratelié, Bassano Golf Club, Trafileria Mauri, Termodiraulica FR, Cortese Serramenti, Estetica Eden, Metallurgia Veneta, Etra spa, Svapoteca del Grifone, Latterie Vicentine, Farmacia Le Grazie, Rifugio Crucolo, Caseificio Pennar, CMP Campagnolo, Farmacia XXV Aprile, Scomazzon Carrozzeria, Tosingraf, Unipol, Veneto Gas, BCC Banca di Credito Cooperativo, Nico Abbigliamento, Studio Tecnico Associato Sembenelli, Torneria Fiorese Giovanni, Edison, GDP Italia, Bello Distribuzione Bevande, Ruffato Impianti Elettrici, Vignaioli Contrà Soarda, Best Assicurazioni, Cantina Fenice, Fida Service, Platinette Estetica, Fontana Brothers Meat, Vigo Autolavaggio, Mrs. Sporty, Esso di Marchioro Giovanni, Barter$Media
Si ringrazia il comune di Sernaglia della Battaglia per la gentile collaborazione.
Coppola della Fameja dei Zatèr de Codissago. Passo Barca a Falzè di Piave. Fotoclub Sernaglia
Indice dei contenuti
Passo Barca
Punto di partenza dell’escursione è Passo Barca, località di Falzè di Piave il cui toponimo si lega all’importante snodo di traffici fluviali sorto sulla sinistra idrografica della Piave, nell’area golenale in cui l’alveo del fiume, restringendosi, facilitava il passaggio dei traghetti da una sponda all’altra.
La Piave, di cui l’uomo imparò a domare le correnti impetuose forse già dalla tarda età del Bronzo, costituiva una delle principali vie di comunicazione e commercio dalle Dolomiti alla Laguna sin dall’antichità, quando la pianura veneta e le montagne erano ammantate da boschi e foreste.
Monumento agli Arditi a Falzè di Piave. Fotoclub Sernaglia
Da Piazza Arditi imbocchiamo Via Passo Barca e procediamo per 350 metri fino a trovare, alla nostra destra, la sosta camper Le Grave. Poco più a sud arriviamo all’ampio parcheggio a pagamento a ridosso delle grave della Piave, presso il quale troneggiano le due fornaci novecentesche della famiglia Zottis, svettanti torri in mattoni rossi il cui ventre infuocato ha trasformato milioni di candidi ciottoli fluviali in calce viva, fino alla chiusura definitiva dello stabilimento negli anni Ottanta.
Fornaci Zottis a Falzè di Piave. Fotoclub Sernaglia
Fornaci del Zottis a Falzè di Piave. Fotoclub Sernaglia
Dall’anfiteatro comunale alle grotte delle volpere
Còpola della Fameja dei Zatèr de Codissago e macina rinvenuta sul greto della Piave. Antico Porto di Falzé di Piave. Fotoclub Sernaglia
Le zattere di Codissago
Dal Parcheggio di Falzè seguiamo il fiume a monte in direzione dell’anfiteatro comunale. Ombreggiato da pioppi, robinie, betulle, aceri campestri, noci, platani e molte altre rigogliose piante d’alto fusto, il sentiero si snoda ai margini del verde manto alberato che circonda una còpola, realizzata dalla Fameja dei Zatèr de Codissago, sulla quale è collocata una macina rinvenuta sul greto della Piave.
La còpola è ognuna delle cinque sezioni che costituiscono la zattera, imbarcazione a fondo piatto ideata per navigare su bassi fondali, i cui remi sono dotati di pala trapezoidale. Ogni modulo è formato da una ventina di tronchi lunghi 420 cm, forati alle estremità e legati con polloni snervati e ritorti.
Àncora per l’attracco delle barche pontone della prima guerra mondiale. Passo Barca a Falzè di Piave. Fotoclub Sernaglia
Monumento a Ezio Losso. Passo Barca a Falzè di Piave.
Querce, tigli e carpini circondano un’àncora per l’attracco delle barche pontone della prima guerra mondiale, presso la quale sorge il monumento dedicato a Ezio Losso, tragicamente scomparso il 12 luglio 1992 durante la rievocazione di un viaggio in zattera da Perarolo di Cadore a Venezia. L’evento si era svolto in occasione del cinquecentesimo anniversario della firma dello Statuto degli Zattieri del Piave, ratificato a Venezia il 3 agosto 1492 dal Doge Agostino Barbarigo.
Veduta del fiume Piave e del Montello da Passo Barca a Falzè di Piave.
Volgendo lo sguardo a sud, si rimane incantati dal denso manto arboreo che ricopre il versante settentrionale del Montello. Punteggiato di isolotti fluviali, il corso della Piave che scorre ai suoi piedi lambisce la candida distesa delle grave, caratterizzata da un manto erbaceo che ricorda le distese della steppa disseminato di sgargianti specie floreali. Tra queste, la salcerella si distingue per le infiorescenze lilla, i topinambur per i petali giallo brillante.
Topinambur sul greto della Piave a Passo Barca. Sernaglia della Battaglia.
All’inizio del percorso, due pannelli informativi presentano ciascuno un’apertura circolare che indirizza lo sguardo su punti di interesse storico sulla sponda destra del fiume sacro alla Patria. Il primo mirino inquadra la Casa de Faveri, punto di partenza del sentiero “Brigata Lucca”, lungo il quale si trovano numerose postazioni della Prima Guerra Mondiale.
Il secondo indica la direzione della Croda dei Zattieri, da cui gli zattieri di Nervesa ricevevano le zattere da traghettare a Ponte di Piave. Durante la Grande Guerra, all’interno della croda fu ricavata una doppia postazione per mitragliatrici.
Questo panorama lussureggiante fa da sfondo ai versi tratti dalla poesia “Sul Piave” di Andrea Zanzotto:
“Fiume fedele che annunci e superi il colmo della primavera col dilagante ardore dei nevai:” (vv. 1-4)
“Resta, umano, con noi. E cessa. E non tornino all’inno queste onde. Mai più.” (vv. 61-62)
La devastazioni e gli sconvolgimenti dei due conflitti mondiali non hanno reciso il filo intangibile di tradizioni orali e credenze popolari che nel corso dei millenni hanno dato vita al fiorente complesso di creature fiabesche che popolano le grotte, vegliano sui boschi e abitano le fonti cristalline di quest’Oasi incontaminata e che ora ci apprestiamo a conoscere più da vicino.
Il sentiero delle Volpere: la Piave, il Rosper, le crode
Il tracciato si articola lungo lo zoccolo di roccia conosciuto come “croda”, le cui pareti di conglomerato sono formate da ciottoli legati da carbonato di calcio. Risultato dell’erosione della pioggia sulla roccia friabile della scarpata, le numerose cavità naturali che si aprono nel terrazzo alluvionale offrivano riparo dai freddi venti del nord a rapaci, volpi (Vulpes vulpes), da cui il sentiero prende il nome, e a partire dalla fine del V millennio a.C., a tribù di cacciatori.
Passerella di legno presso il corso della Piave. Sentiero delle Volpere.
Superata una comoda passerella di legno in lieve pendenza, il sinuoso itinerario si articola tra piante di alloro, sanguinelle, aceri campestri, querce, acacie, ontani, gelsi, fichi e noccioli, le cui fronde fanno da cornice alle ripide pareti del costone roccioso, affacciato sull’alveo del fiume Piave, nel quale si aprono l’Andro de Breda, il Riparo Stella e le Grotte Bertazzon.
Antro de Breda. Sentiero delle Volpere a Sernaglia della Battaglia.
El Mazarol
El Mazarol, opera di Luciano Gobbato. Sentiero delle Volpere a Falzè di Piave. Sernaglia della Battaglia.
Conosciuto come Matharól nel Veneto settentrionale e come Salvanél in quello meridionale, el Mazarol è una creatura mitica che insegnò agli uomini l’allevamento degli ovini e l’arte casearia. Di bassa statura e dalle sembianze umane, anche se talvolta è ritratto con gambe caprine, el Mazarol si distingue per il caratteristico abito rosso e per la sua natura sfuggente. Abile suonatore di flauto, si esprime parlando petèl, linguaggio disarticolato simile a quello dei neonati. Custode dei boschi e della fauna che li abita, questo essere leggendario si muove con agilità nella vegetazione selvatica, traendo in inganno i cacciatori e inducendoli a smarrire la via.
Riversa sulle pareti rocciose della scarpata, una cascata di edera sovrasta un profondo antro, al cui ingresso, collocato su un leggio, trova posto un libro scolpito da Luciano Gobbato dedicato al Mazarol, recante un’iscrizione che recita:
“el mazarol no cascar entro te le peche del mazarol”
Dalla pagina accanto affiora il volto sorridente del folletto burlone, dal naso pronunciato, dalla folta barba, dalle orecchie a punta e dal caratteristico copricapo rosso.
Il percorso si addentra nella vegetazione del bosco ripariale, il cui silenzio è interrotto dal lieve fruscio del torrente Rosper e delle fronde ondeggianti di querce e svettanti pioppi.
Sinuose gradinate in legno e terra battuta sfidano le pendenze del dirupo, dando la possibilità di osservarne da vicino le insenature, una delle quali ospita un’immagine votiva della Madonna.
Statuetta votiva della Madonna dentro un’insenatura del costone roccioso lungo il sentiero delle Volpere.
Storia dell’Antico Porto di Falzè
Il Medio Piave dal Paleolitico all’età del Ferro
Dai reperti rinvenuti nell’area si evince che la grotta più grande tra queste fosse abitata da insediamenti umani dal Paleolitico all’età del Ferro. Villaggi artigianali specializzati nella lavorazione della selce sorsero anche sulla sommità del dirupo, come attestano i frammenti di ceramica e gli scarti di manufatti del Neolitico realizzati con questa roccia sedimentaria a base di silicio. Presente in abbondanza nel greto della Piave, essa veniva utilizzata già prima dell’età del Rame per la produzione di strumenti da taglio, raschiatura e perforazione.
Passo Barca dall’epoca romana al medioevo
Già documentata da iscrizioni funerarie di epoca romana, l’attività degli zattieri, che dai boschi dolomitici e prealpini trasportavano legname fino ai lidi adriatici, testimonia l’importanza della Piave in qualità di crocevia per la comunicazione e il trasporto di persone e merci. Durante il Medioevo, il fiume costituiva un canale privilegiato per il transito di bestiame, vino, spezie, ambra, bronzo, vetro, minerali cadorini nonché prodotti del bosco come funghi, castagne, miele e fragole. La Piave fu inoltre un’importante arteria fluviale per consentire a pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa di raggiungere Venezia, da cui si imbarcavano alla volta di Gerusalemme.
I Conti Collalto
Nel 1224, Rambaldo VII e i suoi fratelli acquistarono dal Comune di Treviso il “passo della Piave, il porto et il mercato de Falzedo, con alcuni edifici e molte possessioni“.
Le imbarcazioni impiegate per traghettare persone e merci da una riva all’altra del fiume includevano il barchetto, di lunghezza variabile dai cinque ai sei metri, la mezzana, lunga fino ai dieci metri e la grande, utilizzata per il trasporto di mandrie e greggi, lunga fino a quasi venti metri.
La barca della Piave, da una riva all’altra del fiume
Caratterizzata da prua triangolare appuntita, fondo piatto, scafo rettangolare, poppa squadrata e fianchi lievemente rialzati, la barca della Piave si manovra con remi di faggio lunghi dai sei agli otto metri. Culminanti con una punta ferrata, le stanghe venivano usate per condurre l’imbarcazione da una riva all’altra facendo leva sul fondale.
Trasporti e tariffari medievali
Nel 1231, il sistema di tassazione sul passaggio di persone e merci attraverso il fiume Piave prevedeva un versamento di due denari per un uomo a piedi, sei per un uomo a cavallo, mentre per i forestieri la cifra raddoppiava.
Nel 1263, il passaggio di un carro carico comportava il pagamento di quattro denari, sei denari per un cavallo con basto.
Nel 1377, le tabelle distinguevano il traghetto con Piave piccola e Piave grossa. Il passaggio di una persona a piedi variava da sei denari a un soldo, con cavallo da uno a due soldi. Per un carro carico, la tassa andava da due a quattro soldi, mentre per gli animali di grossa taglia si applicava una tassa da uno a due soldi. Il carico di vino prevedeva una tassa di cinque soldi, mentre per le greggi fino a un centinaio di pecore si pagavano otto soldi. Anche in questo caso i forestieri erano soggetti al doppio delle tariffe.
Quando gli zattieri bellunesi attraccavano al porto per compiere le operazioni di carico e scarico, venivano sostituiti dagli zattieri di Nervesa, che completavano il tragitto fino alla Laguna.
La rete viaria che si sviluppava dal porto fluviale conduceva, procedendo a est, al castello di Collalto. Diretta a nord, la Cal Zattera portava alle pievi di Soligo e di Sernaglia, mentre la Via Claudia Augusta si estendeva parallelamente alla riva del fiume.
Le foreste della Dominante
Maestosa quercia sovrasta il sentiero delle Volpere a Sernaglia della Battaglia.
Durante l’età d’oro della Repubblica di Venezia, il porto fluviale vedeva il passaggio di oltre tremila zattere all’anno, le quali, oltre a trasportare persone e derrate alimentari, assicuravano l’approvvigionamento del legname necessario alla Dominante per la costruzione delle fondazioni dei palazzi, degli scafi delle navi e dei remi.
Le risorse boschive, la cui giurisdizione era affidata alla casa dell’Arsenale, costituivano le fondamenta stesse dello Stato. I roveri del Montello erano impiegati per gli scafi delle galee, gli abeti del Cadore diventavano gli alberi a sostegno delle vele e i faggi del Cansiglio i remi della flotta dogale.
Grotte nella scarpata rocciosa che delimita il sentiero delle Volpere.
Scorcio del torrente Rosper. Sentiero delle Volpere.
Sorgenti cristalline lungo il sentiero delle Volpere.
Il medio corso della Piave nella prima guerra mondiale
La disfatta di Caporetto
Iniziata alle due del mattino del 24 ottobre 1917 con proiettili caricati a gas fosgene, l’offensiva della XIV Armata Imperiale sul fronte dell’Alto Isonzo, tra Plezzo e Tolmino, costrinse il Regio Esercito non solo a cedere le posizioni faticosamente conquistate sul Carso, a Gorizia e nella Bainsizza, ma a ripiegare disordinatamente per circa 150 km lasciando in mano austro-tedesca il Friuli e il Veneto orientale.
Il 9 novembre 1917 il Regio Esercito minò i ponti sul fiume sacro alla Patria. Tra il 16 e il 17 novembre riuscì a respingere il nemico, che si preparò a svernare sulle Prealpi e sulla sponda sinistra della Piave in attesa dell’offensiva programmata per la primavera-estate del 1918. L’attacco prevedeva di colpire contemporaneamente l’Altipiano di Asiago, il Massiccio del Grappa e il fiume Piave.
La battaglia del solstizio
Alle tre del mattino del 15 giugno 1918, 5.470 bocche da fuoco austro-ungariche aprono il fuoco contro le postazioni italiane dall’Astico alla Piave.
Alle 05:10 furono posizionate le chiatte e i pontoni per l’attraversamento del fiume. A Sernaglia della Battaglia, il 44° e il 69° reggimento di fanteria raggiunsero la sponda destra della Piave e sfondarono facilmente le prime linee.
Facilitati dalla densa nebbia e dalle granate fumogene, gli austro-ungarici raggiunsero il Montello all’altezza di Giavera, avanzando poi fino a Nervesa. Attraversato il fiume tra le Grave di Papadopoli e Fossalta di Piave, gli imperiali si confrontarono con la tenace difesa italiana. A San Donà di Piave si spinsero fino a Caposile.
Il contrattacco italiano non si fece attendere. L’artiglieria e l’aviazione alleata bersagliarono i ponti di barche, rallentando il passaggio dei rifornimenti e dei rinforzi al di là della Piave, fiaccando così l’impeto dell’avanzata nemica. A mettere in difficoltà gli imperiali furono anche le intense piogge che nella notte tra il 17 e il 19 giugno portarono il livello della Piave ad aumentare di 70 cm, sommergendo le isole fluviali e rendendo impraticabile la costruzione dei ponti di barche.
Il 20 giungo 1918 l’Imperatore Carlo I ordinò la ritirata generale che fu ultimata circa tre giorni dopo, durante la notte. Nella zona di Villa Jacur raggiunsero la sponda sinistra della Piave 5.000 uomini e quattro batterie da montagna.
Il bilancio dell’ultima offensiva austro-ungarica sul fronte della Piave fu di 19.300 caduti austriaci e 23.200 caduti italiani in otto giorni solo nel Montello.
Dalla seconda guerra mondiale a oggi
Con la fine della seconda guerra mondiale vi fu un intensificarsi dei transiti tra le sponde del fiume, tanto in occasione di ricorrenze tradizionali, quanto per consentire agli abitanti del Quartier del Piave di raggiungere i propri terreni agricoli nel Montello, e agli abitanti del Montello di recarsi la fornace di Falzè in cui lavoravano.
La riduzione della portata del fiume in estate, unita alla diminuzione dei trasporti fluviali in questo tratto del medio corso della Piave negli anni Sessanta, portò nel 1970 alla definitiva interruzione delle attività del traghettatore, o barcarol.
L’evoluzione dei mezzi di trasporto e delle vie di comunicazione non ha tuttavia cancellato le storiche conoscenze artigianali e nautiche degli zattieri, le cui antiche radici sono state riconosciute dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.
Le Anguane
Sculture ispirate alle anguane presso la Fontana Stella. Il Sentiero delle Volpere a Sernaglia della Battaglia.
Oltre a Matharol, il folclore locale annovera la presenza delle Anguane, il cui nome deriva dal latino Aquaneae, ovvero “abitanti delle acque”.
Rappresentate dalla vita in su come donne di costituzione longilinea e sinuosa, le anguane presentano al posto delle gambe una lunga coda da anguilla. Si caratterizzano per una pelle viscida, pupille dilatabili e chiome fluenti formate da alghe filiformi.
Analogamente alle sirene omeriche, le Anguane sono temute per il loro canto ammaliante, per difendersi dal quale, la tradizione popolare prescriveva l’uso di girocolli con virgulti di viburno intrecciati.
Grotta avvolta dall’edera nella croda del sentiero delle Volpere.
Antro scavato dall’erosione della pioggia nel terrazzo alluvionale. Sentiero delle Volpere.
Veduta del torrente Rosper. Sentiero delle Volpere.
Il Sentiero delle Volpere a Sernaglia della Battaglia.
Fontana de Scapol e Fontana Stella
Le Fontane. Sentiero delle Volpere a Sernaglia della Battaglia. Fotoclub Sernaglia
Il sentiero è lambito dalle sorgenti delle Volpére, appartenenti al bacino freatico del paleo-alveo del Soligo.
Due delle località più fotogeniche dell’itinerario sono la Fontana de Scapol e la Fontana Stella, sorgenti cristalline la cui portata costante e temperatura stabilmente compresa tra i 10 e i 13 °C favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione ripariale. Osservando le chiare fonti si rimane colpiti dai riflessi cangianti che dall’ocra del fondale sabbioso e ghiaioso sfumano nel celeste e nel verde smeraldo, fino al blu scuro nei punti di maggiore profondità.
Lungo il tragitto si scorgono suggestive vedute del Fontanon e della punta delle Volpere, nella vicina Oasi delle Fontane Bianche, di cui il torrente Rosper costituisce il confine naturale.
Il tracciato si discosta dal torrente Rosper e costeggia per un tratto la riva sinistra della Dolza. Immerso nella densa vegetazione del bosco, il sentiero conduce a un bivio: teniamo la sinistra per raggiungere un gruppetto di case in Via Fontigo.
Ciclabile La Piave tra campi di granturco a Sernaglia della Battaglia.
Ontano. sentiero delle Volpere.
Fitolacca. Sentiero delle Volpere.
Seguendo le indicazioni per le Fontane Bianche, il sentiero si apre sullo scenario campestre sernagliese punteggiato di casolari avvolti da campi di frumento e granturco da cui spuntano alcune piante di amaranto, dalle caratteristiche infiorescenze di colore rosso scuro.
Amaranto. Sentiero delle Volpere.
Faggio. Sentiero delle Volpere.
Ciclabile la Piave ombreggiata da arbusti e aceri campestri.
Il percorso si inoltra nuovamente nella vegetazione boschiva lambita dal torrente Dolza fino a sbucare in Via Fontane Bianche. A questo punto svoltiamo a sinistra in direzione del Molino Vecio in Val, a breve distanza dal percorso ad anello dell’Oasi naturalistica Fontane Bianche.
Situate alla confluenza nella Piave dei torrenti Rabòs e Rospér, le Fontane Bianche sono alimentate dalle acque di falda di un ampio bacino imbrifero che si estende dalle Prealpi trevigiane ai Palù del Quartier del Piave.
Nel cuore delle Fontane Bianche, all’interno di un appezzamento di ventisei ettari, il circolo di Legambiente di Sernaglia della Battaglia ha realizzato, con il sostegno dell’amministrazione comunale, un percorso pedonale didattico naturalistico che permette di osservare la complessa varietà faunistica e vegetale dell’Oasi, la quale è stata inserita nella Rete Europea “Natura 2000”.
Le sgargianti specie floreali presenti nell’Oasi includono l’Orchis Militaris, la Gymnademia Conopsea, il Lilium Bulbiferum, la Listera Ovata e la Pulmomaria Vallarsae.
Fontane Bianche. Un ramo tipico. Fotoclub Sernaglia
Accesso all’Oasi naturalistica Fontane Bianche
Percorrendo la SP34 provenendo da Falzè di Piave, troviamo alla nostra sinistra un cartello che indica la direzione per arrivare al Percorso ecologico Fontane Bianche (45.863539125882355, 12.139477645960453), passando per il Molino in Val.
Il Molino Vecchio
L’antico complesso molitorio era azionato dalle acque del fossato la “Roja”. Prosciugatosi negli ultimi quarant’anni, il canale convogliava le acque disperse dal fiume Piave da Vidor a Falzè.
Superato il Molino in Val continuiamo lungo la candida strada che conduce al parcheggio presso il punto di partenza del percorso ecologico.
Attraversato il guado di Barnes, giriamo a destra e procediamo ai margini di una folta siepe, dopodiché imbocchiamo il percorso naturalistico-letterario.
Realizzato recuperando sentieri già esistenti e aprendone di nuovi, il progetto di Legambiente concilia il fascino di una delle zone più incantevoli del Quartier del Piave con il valore evocativo della poesia.
Percorrendo l’itinerario è possibile leggere i componimenti, ispirati al mondo naturale, ideati dagli alunni della classe IV A del Liceo Scientifico “M. Casagrande” di Pieve di Soligo nell’anno scolastico 2014/2015.
Le bacheche presenti lungo i viottoli campestri dell’itinerario espongono le poesie di autori vissuti in epoche diverse, tra cui Antonio Machado, Hermann Hesse, Gaspara Stampa, Salvatore Quasimodo, Trilussa, Marino Moretti, Emily Dickinson e Alcmane, poeta greco della seconda metà del VII secolo a.C., i cui versi sono i più antichi tra quelli riportati nel percorso culturale:
“Dormono le cime dei monti e gli abissi e i promontori e le forre e le stirpi degli animali che la terra nutre, e la progenie delle api e i mostri nei gorghi profondi del mare viola; dormono le stirpi degli uccelli dalle lunghe ali”
Lungo l’itinerario troviamo una deviazione che conduce all’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia. L’area monumentale è dedicata alle migliaia di soldati che in questo lembo di terra, esteso verso le grave del Piave, persero la vita nel primo conflitto mondiale.
Piave, le grave. Fotoclub Sernaglia
El Bojon
Concluso il percorso letterario raggiungiamo il Bojon, ampia polla sorgiva il cui nome deriva dal dialetto veneto “bòjer” ovvero bollire, in riferimento alle bolle d’aria che si generano quando il flusso d’acqua sotterraneo, ricco di ossigeno, emerge in superficie.
Le sponde dello specchio d’acqua sono ammantate dalla vegetazione tipica del bosco ripario, costituita principalmente da ontani (Alnus glutinosa), salici bianchi (Salix alba) e saliconi (Salix caprea).
Alle estremità della polla cresce la salcerella (Lythrum salicaria), le cui infiorescenze lilla si possono ammirare tra giungo e agosto.
Dirigendo lo sguardo dalle sponde verso il centro della risorgiva, osserviamo lungo le rive canneti anfibi di cannuccia palustre (Phragmites australis) e mazza sorda (Typha latifolia). Quest’ultima si distingue per l’infiorescenza inferiore marrone, cilindrica, femminile e quella superiore, gialla e sottile, maschile.
Riconoscibili dalle infiorescenze simili a spighette sulla sommità del fusto, il giunco (Juncus sp.) e il carice (Carex sp.) formano fitte associazioni ai bordi della polla sorgiva.
Affioranti dalla superficie del Bojon osserviamo l’iris giallo (Iris pseudacorus) e piante idrofite come la menta d’acqua (Mentha aquatica), la sedanina aquatica (Berula Erecta), il crescione d’acqua (Nasturtium officinale) e il ranuncolo d’acqua (Ranunculus trichophyllus) importanti indicatori dell’elevata qualità delle acque di risorgiva del sito naturalistico.
L’erica carnicina (Erica carnea L.) trova in questa zona arida dell’Oasi, tipica degli ambienti di grava fluviale, le condizioni per crescere rigogliosa.
Caratterizzata da fusti legnosi e striscianti, questa pianta dalle foglie aghiformi si sviluppa per lo più in larghezza e presenta dei fiori rosa, più raramente bianchi, raccolti in infiorescenze che sopravvivono alle basse temperature.
Nella radura dell’Erica sono presenti altre piante come il timo serpillo (Thymus serpyllum), l’eliantemo maggiore (Helianthemum nummularium), la vedovella celeste (Globularia cordifolia) e la vedovina selvatica (Scabiosa colombaria).
Da qui il sentiero si biforca e imbocchiamo il tracciato che conduce all’Aula nel Bosco.
L’Aula nel bosco
Grazie al contributo economico della provincia di Treviso e alla collaborazione dei soci di Legambiente del circolo di Sernaglia, il comune di Sernaglia della Battaglia ha realizzato un osservatorio naturalistico da cui si gode di una veduta suggestiva del bosco golenale delle Fontane Bianche, nel quale trovano rifugio volatili stanziali, nidificanti, svernanti e migratori parziali.
In inverno, dalla posizione privilegiata dell’altana, si intravedono attraverso le fronde degli alberi spogli il corso della Piave e il profilo del Montello che si delinea all’orizzonte.
Piave e Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
Avifauna nell’Oasi naturalistica Fontane Bianche
Airone cenerino nell’Oasi naturalistica delle Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
Entrambi sedentari, il picchio verde (Picus viridis) e il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) sono le uniche specie presenti nell’area in grado di creare da sole una casa nel legno, per realizzare la quale prediligono il legno del pioppo, tenero e facile da scavare.
Altre specie sedentarie includono la ghiandaia (Garrulus glandarius), la cinciallegra (Parus major), il codibugnolo (Aegithalos caudatus), lo scricciolo (Troglodytes troglodytes) e la civetta (Athene noctua), difficilmente osservabile in quanto rapace notturno.
Tra i migratori parziali osservabili nell’Oasi citiamo il pettirosso (Erithacus rubecula) e il fringuello (Fringilla coelebs).
Il torcicollo (Jynx torquilla) è una specie migratrice presente solo nel periodo riproduttivo nonché l’unico picchio che sfrutta le cavità nei tronchi e i nidi degli altri picchi a causa della sua inabilità a scavare. Questa caratteristica lo accomuna alla civetta, alla cinciallegra e al Picchio muratore (Sitta europaea), passeriforme che nidifica in cavità naturali o nei nidi, scavati dai veri picchi, di cui riduce l’ampiezza aggiungendo fango o argilla.
Per realizzare il proprio nido, la capinera (Sylvia atricapilla) predilige invece le piante di rovo, di sambuco e i rampicanti presenti nel sottobosco.
Il fiume Piave
Il greto della Piave. Fotoclub Sernaglia
Dopo aver visitato l’Aula nel Bosco, all’interno della quale sono collocati dettagliati pannelli didattici e foto dell’avifauna locale, completiamo la deviazione dirigendoci verso le rive della Piave.
Qui sono esposte tabelle didattiche che ripercorrono le principali fasi del primo conflitto mondiale sul fronte della Piave, in particolare, la battaglia d’arresto combattuta tra il novembre e il dicembre 1917 a seguito della disfatta di Caporetto (24 ottobre – 12 novembre 1917), la battaglia del Solstizio (15 – 24 giugno 1918) e l’offensiva di Vittorio Veneto (24 ottobre – 4 novembre 1918).
Veduta della Piave e del Montello. Oasi Fontane Bianche.
Da questa posizione lo sguardo spazia sui mutevoli rami del medio corso della Piave, il cui alveo, in questo tratto, è contraddistinto da ampie distese di sedimenti alluvionali chiamate “grave”. Il paesaggio è caratterizzato da una pluralità di ambienti che vanno dalle fertili rive limose ai vasti depositi di ghiaie, dai prati aridi con impressione di steppa ai boschi ripari di salici e pioppi.
Al di là del fiume, il paesaggio è modulato dalle propaggini del Montello, rilievo collinare ammantato di boschi il cui punto più alto raggiunge i 371 m s.l.m.
Fiume Piave e bosco ripariale. Oasi naturalistica Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
Fiume Piave. Oasi naturalistica Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
Dal Fontanon alla radura dell’Olivello
Torniamo all’aula nel bosco, quindi procediamo verso El Fontanon, una delle zone più fotogeniche del percorso ecologico situata all’estremità orientale del sito naturalistico.
Dal Fontanon, l’itinerario si articola a sud-ovest in direzione della radura dell’Olivello. Priva di acque superficiali, quest’area deve il proprio nome alla presenza di una fitta macchia di olivello spinoso (Hippophae rhamnoides), arbusto basso i cui frutti sono piccole drupe arancioni commestibili.
Oltre all’olivello spinoso, la vegetazione della radura comprende il nocciolo (Corylus avellana), il salicone e la sanguinella (Cornus sanguinea) nonché piante tipiche dei prati aridi come la vedovella celeste (Globularia punctata) dai fiori azzurri, il timo, l’eliantemo comune, riconoscibile per i suoi delicati fiori gialli, e alcune specie di orchidee.
Gli animali che in questo luogo trovano cibo e riparo includono lo scoiattolo, (Sciurus vulgaris), il moscardino (Muscardinus avellanarius), l’averla piccola (Lanius collurio) e il ghiro (Myoxus glis).
Fontane Bianche. Risorgiva. Fotoclub Sernaglia
Fontane Bianche. Vista autunnale. Fotoclub Sernaglia
La Vasca dei Beccaccini e lo Stagno delle Nepe
Svoltando a sinistra si ritorna alla radura dell’erica; a destra si raggiunge la Vasca dei Beccaccini, osservabile da una comoda passerella di legno.
Il beccaccino (Gallinago gallinago) è un trampoliere che utilizza il lungo becco per cercare nel fango gli organismi acquatici di cui si nutre. Questi sono importanti indicatori biologici in quanto particolarmente sensibili alla qualità ecologica dell’ambiente.
Lo stagno situato a breve distanza dalla vasca dei Beccaccini è dedicato alla nepa (Nepa Cinerea), conosciuta anche come “scorpione acquatico” per le zampe anteriori che ricordano le chele di uno scorpione.
La piantaggine acquatica (alisma plantago-aquatica) e la lenticchia d’acqua (Lemna minor), affiorano sulla superficie del piccolo stagno bordato da ciuffi di carice (Carex sp.), le cui acque, più tranquille e calde di quelle di risorgiva, costituiscono l’habitat adatto alla riproduzione di anfibi come il tritone crestato (Triturus carnifex), il tritone comune, o punteggiato (Triturus vulgaris), la raganella (Hyla arborea), il rospo comune (Bufo bufo), la rana agile (Rana Dalmatina) e la rana di Lataste (Rana latastei).
Predatrice di questi anfibi è la biscia d’acqua (Natrix natrix), colubride non velenoso che, dalla vegetazione ripariale in cui si nasconde, è in grado di immergersi in acqua e nuotare.
Fontane Bianche. Vista tipica. Fotoclub Sernaglia
Il bosco golenale
Al bivio proseguiamo diritti verso il bosco golenale lambito da risorgive e specchi d’acqua. In questo florido polmone verde, gestito dal circolo di Legambiente, l’intervento antropico è ridotto al minimo per salvaguardare l’ecosistema del bosco umido di pianura.
Le piante d’alto e medio fusto più diffuse nel bosco ripariale sono della famiglia delle Betulacee, come l’ontano nero, e delle Salicacee, come il salicone, il salice bianco, il pioppo nero, il pioppo bianco e il pioppo tremolo. Nel folto sottobosco non è raro incontrare specie idrofile come il sambuco, la sanguinella, il nocciolo, il ligustro, la rosa canina, la vitalba, la fusaggine, la frangola, l’albero delle farfalle, il falso indaco e il caprifoglio.
El Vascon
El Vascon è uno dei rami d’acqua più profondi delle Fontane Bianche, la cui purezza e costante portata hanno determinato lo sviluppo di un ambiente ricco di vegetazione sommersa in cui proliferano molti invertebrati acquatici, intolleranti all’inquinamento, come i plecotteri e le effimere.
Tra le specie ittiche osservabili nelle chiare acque delle Fontane Bianche troviamo il cavedano (Leuciscus cephalus cabeda) riconoscibile per i bagliori del ventre argentato, la trota marmorata (Salmo trutta marmoratus), la sanguinerola (Phoxinus phoxinus), il barbo (Barbus plebejus) dai caratteristici barbigli vicini alla bocca, lo spinarello (Gasterosteus aculeatus) e lo scazzone (Cottus gobio) che si mimetizza tra i ciottoli del fondale per catturare piccoli invertebrati.
Ghiotto di piccoli pesci, insetti acquatici, anfibi e crostacei sui quali si getta tuffandosi da vecchi tronchi affioranti dallo specchio d’acqua, il martin pescatore (Alcedo atthis) scava cunicoli sotterranei in cui depone le uova al riparo da predatori e intemperie.
Martin Pescatore nell’Oasi naturalistica delle Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
La Punta delle Volpere
Dopo aver contemplato il Vascon, torniamo al bivio precedente e imbocchiamo il percorso naturalistico che conduce alla Punta delle Volpere. Lambita dal torrente Rospér, questa postazione deve il proprio nome alla presenza di volpi, Vulpes vulpes, le quali si rifugiano negli anfratti del costone roccioso che costituisce l’argine sinistro dell’area golenale della Piave.
Gli antri in cui le volpi trovano riparo sono il risultato dell’azione erosiva dell’acqua sul conglomerato, roccia di origine fluviale di cui è composta la scarpata.
Lo Stagno delle Libellule
Procediamo lungo il corso del torrente Rospér fino a trovare alla nostra sinistra l’ultima deviazione del sentiero naturalistico che ci porta allo Stagno delle Libellule. Qui troviamo una postazione per l’avvistamento di volatili che vivono tra la vegetazione delle sponde delle Fontane Bianche.
L’osservatore attento potrà scorgere la cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), l’usignolo di fiume (Cettia cetti), la ballerina gialla (Motacilla cinerea), il germano reale (Anas platyrhynchos), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), il porciglione (Rallus aquaticus), il tarabusino (Ixobrychus minutus) e il falco pescatore (Pandion haliaetus).
Il Labirinto delle Fontane Bianche
Il labirinto dell’Oasi naturalistica delle Fontane Bianche. Fotoclub Sernaglia
Questo ingegnoso dedalo verde nasce dalla collaborazione tra l’associazione Legambiente Sernaglia, l’Istituto ‘M. Casagrande’ di Pieve di Soligo, responsabile della progettazione dell’intricato percorso, e l’Istituto ‘G.B. Cerletti’ di Conegliano, che si è occupato dell’ideazione, della supervisione, della piantumazione e della manutenzione del labirinto.
L’ingegnoso intrico di sentieri è formato da piante di ligustro (Ligustrum vulgare) e acero campestre (Acer campestre) piantumate dagli alunni dell’Istituto Comprensivo di Sernaglia della Battaglia in occasione della festa degli alberi nel 2016.
Se volete mettere alla prova la vostra abilità di orientamento, addentrarvi nel labirinto delle Fontane Bianche è l’occasione che fa al caso vostro!
Villa Premoli a Cavaso del Tomba (TV). Foto di Marina Chiesa.
Indice dei contenuti
Dove si trova Villa Premoli?
L’ameno scenario della Valcavàsia in cui sorge Villa Premoli è racchiuso tra la cinta collinare dell’Asolano e l’imponente mole del massiccio del Grappa, le cui propaggini orientali, scandite dalle cime del Monte Palon, del Monte Tomba e del Monfenera, declinano verso il gelido corso del Piave.
Nel contemplare la residenza signorile, si rimane incantati dal richiamo gotico dei fori quadrilobi che ne illuminano il sottotetto, dagli scuri rossi delle finestre che risaltano sul candore della facciata, dai comignoli che rivaleggiano in altezza coi cedri e i cipressi del giardino all’italiana, delimitato da un elegante muricciolo e adornato da un antico pozzo veneziano.
La vicinanza al Museo Gypsotheca Antonio Canova
Il borgo di Obledo si trova a circa due chilometri a nord est di Possagno, paese natale di Antonio Canova, in cui hanno sede il Museo Gypsotheca a lui intitolato e il Tempio Canoviano, dove riposano le spoglie del celebre scultore, maestro indiscusso del neoclassicismo, autore di capolavori come Amore e Psiche, le Tre Grazie e Paolina Borghese.
Architettura di Villa Premoli
Giardino all’italiana con pozzo veneziano e prospetto di rappresentanza di Villa Premoli a Cavaso del Tomba (TV). Foto di Marina Chiesa.
La residenza signorile, a pianta rettangolare, consta di tre piani fuori terra a cui si sovrappone il mezzanino.
La distribuzione degli ambienti del corpo padronale riflette il tradizionale schema tripartito del palazzo veneziano, con salone centrale passante e quattro stanze laterali.
Dalla posizione privilegiata della dimora nobiliare, affiancata dalle scuderie e da un’ariosa barchessa con loggiato, si gode di una veduta mozzafiato dei colli asolani che modulano il paesaggio all’orizzonte.
Il prospetto di rappresentanza di Villa Premoli
Rivolto a meridione su un florido oliveto e un vigneto ben curato, il prospetto di rappresentanza è simmetrico e verticalmente ripartito in cinque settori. Scandite da finestre architravate disposte a coppie, la sezione mediana e quelle alle estremità del fronte, il cui asse centrale prosegue nei tre comignoli che completano lo sviluppo verticale dell’edificio, affiancano i due portali d’accesso, entrambi anticipati da cinque gradini e conclusi da una cornice modanata.
Un listello decorativo corona le due trifore che sormontano ciascun ingresso, architravata al primo piano, archivoltata al livello superiore. Quest’ultima si rivolge su un poggiolo di pietra sorretto da quattro mensoline.
Nel mezzanino si aprono dodici fori quadrilobati, in asse con le finestre sottostanti, al di sopra dei quali, un motivo a dentelli adorna la cornice di gronda lungo tutto il perimetro dell’immobile.
Le facciate della residenza signorile sono percorse orizzontalmente da fasce intonacate che corrono all’altezza del traverso superiore e inferiore delle finestre.
Veduta serale di Villa Premoli e del suo elegante giardino all’italiana. Obledo, Cavaso del Tomba (TV). Foto di Marina Chiesa.
La storia di Villa Premoli
Appartenuta ai Bianchi, imprenditori nel campo della lana presenti a Obledo sin dal Quattrocento, la proprietà passò nella seconda metà del XIX secolo alla famiglia dei Conti Premoli, di cui Enrico Spagnolo, attuale proprietario insieme alla moglie Paola, è discendente.
Gli accurati interventi di ristrutturazione e restauro a cui Villa Premoli è stata sottoposta hanno riportato all’antico splendore il complesso nobiliare, preservandone al tempo stesso l’autenticità storica.
Il vigneto e la cantina
La cantina di Villa Premoli a Cavaso del Tomba (TV). Foto di Marina Chiesa.
Nell’area anticamente destinata al brolo si estende il rigoglioso vigneto per la produzione di un Prosecco DOCG con certificazione biologica che può essere degustato nella suggestiva cantina del complesso. Quest’ultima risale al 1679, come riportato dalla data scolpita all’interno della stessa.
Villa Premoli, Dimora Storica e Agriturismo di Charme
Ingresso di Villa Premoli a Cavaso del Tomba (TV).
Aperitivo nel giardino di Villa Premoli a Cavaso del Tomba (TV).
Arredate con mobili antichi, le sei camere ospitate nell’edificio principale conciliano l’eleganza e la raffinatezza di una dimora signorile seicentesca con l’accoglienza di una casa di campagna dotata di comfort moderni e servizi necessari per una ospitalità di eccellenza.
La camera gialla a Villa Premoli. Foto di Marina Chiesa.
La camera Viola a Villa Premoli. Foto di Marina Chiesa.
Nel vasto e luminoso salone nobile della Villa è allestita la colazione con prodotti del territorio, mentre i saloni al pianterreno sono ideali per celebrare eventi, banchetti e matrimoni in un ambiente unico nel suo genere.
Colazione a Villa Premoli. Foto di Marina Chiesa.
Colazione nel salone nobile di Villa Premoli. Foto di Marina Chiesa.
Perché scegliere Villa Premoli
Sala laterale al pianterreno di Villa Premoli. Obledo di Cavaso del Tomba (TV). Foto di Marina Chiesa.
Sottoposta a vincolo paesaggistico e monumentale dalla Soprintendenza Belle Arti di Venezia, Villa Premoli è una meta ideale per chi desideri vivere un’esperienza esclusiva in una maestosa villa veneta armoniosamente inserita ai piedi del Monte Tomba, degustare eccellenze vinicole nella cantina e nel giardino della proprietà storica e intraprendere appassionanti escursioni alla scoperta del patrimonio paesaggistico e artistico di uno degli angoli più affascinanti della regione veneto, dal Museo Gypsotheca Antonio Canova al Tempio Canoviano, dai borghi di Costalunga, Bocca della Serra e Castelcies, adagiati sulle pendici dei colli asolani, alle spettacolari colline del Prosecco DOCG di Valdobbiadene.
Salone centrale passante al pianterreno di Villa Premoli. Foto di Marina Chiesa.
Si ringrazia il comune di Moriago della Battaglia per la gentile collaborazione.
La Torre dei Caminesi a Moriago della Battaglia (TV).
Torre dei Caminesi in Piazza della Vittoria a Moriago della Battaglia (TV).
Indice dei contenuti
Dove si trova la Torre dei Caminesi?
Erta nel cuore storico di Moriago della Battaglia, la Torre dei Caminesi sorge in Piazza della Vittoria, in corrispondenza della Chiesa di San Leonardo.
La chiesa di san Leonardo a Moriago della Battaglia
Ricostruita negli anni Venti in stile neoromanico su progetto di Alberto Alpago-Novello di Belluno, la chiesa parrocchiale nasce dalle rovine del precedente luogo di culto di origine medievale, distrutto dai bombardamenti della Grande Guerra.
Il massiccio portale ligneo strombato della chiesa è sormontato da cinque nicchie ospitanti, a sinistra, le statue di sant’Antonio abate, riconoscibile dai simboli del bastone a forma di tau, della campana e del maiale, e di san Leonardo, raffigurato con le catene spezzate. Al centro trova posto la Madonna in trono col Bambino, mentre a destra compaiono san Marco, con il libro e il leone alato ai suoi piedi, e san Rocco, riconoscibile dall’abito da pellegrino, dal bastone e dal cane al suo fianco.
La Torre dei Caminesi e il nuovo campanile
Nella relazione Pancotto del 1929 è riportato che la Torre dei Caminesi, sul finire del Cinquecento, era dotata di due campane che nel maggio del 1837 furono sostituite da due più leggere, realizzate della fonderia Colbachini di Bassano.
Tra il 1917 e il 1918, la torre dei Caminesi fu colpita dall’artiglieria italiana in quanto il Regio Esercito non poteva permettersi di lasciare in mano nemica un baluardo di tale rilevanza strategica. In quello stesso periodo gli austriaci rimossero le campane della torre e le fusero per sopperire alla penuria di materiale bellico.
I ruderi della Torre dei Caminesi affiancano l’attuale campanile in stile romanico della chiesa parrocchiale. Progettato da Alpago Novello e concluso nel 1924, quest’ultimo si eleva per trentacinque metri e presenta un basamento quadrato di cinque metri e mezzo per lato.
Il 31 agosto 1944 il nuovo campanile fu bruciato all’interno dai fascisti e dal Comando Tedesco, secondo il quale i partigiani si servivano di tale struttura per inviare segnalazioni luminose.
All’interno della Torre dei Caminesi è stata collocata una stele commemorativa dedicata ai 241 profughi di guerra di Moriago e Mosnigo morti per fame, stenti e malattie negli anni 1917 e 1918. Al centro della lapide campeggia un crocifisso, alla cui base si legge l’iscrizione: A.D. MMV.
Progettato dallo stesso Alberto Alpago-Novello, il Santuario della Madonna del Piave, la cui edificazione si concluse nel 1965, sorge nel Piazzale centrale “Ragazzi del ’99” in corrispondenza del cippo piramidale eretto nel 1923 in memoria dei caduti dell’Isola.
Si ringraziano il comune di Sernaglia della Battaglia e l’Ing. Luigi Ghizzo per il materiale informativo.
Illustrazione del Castelliere di Sernaglia della Battaglia.
Indice dei contenuti
Le origini del Castrum de Sernalea
Custodito nell’Archivio di Stato di Treviso, il più antico documento che attesta la presenza di un castello a Sernaglia della Battaglia è un accordo stipulato tra il nobile Artusio di Rovero e gli incastellati della Pieve di Sernalea. Tramandata per generazioni dal nobile casato, la pergamena menziona tra questi Zano e Riberto da Sernaglia, Martinello, il fabbro Giovanni, Rodolfo e Orso da Moriago.
È tuttavia incerto a chi vada attribuita l’iniziativa di fondare il complesso fortificato, se ai Sernagliesi o ai Rovero, le cui antiche radici sono testimoniate da copie autenticate del contratto del XVIII secolo.
Redatta nel 1122 dal notaio Avuardo all’interno della roccaforte, la cartula conventionis restituisce l’aspetto della struttura difensiva, di cui oggi rimangono i ruderi velati di muschio ombreggiati dalla densa vegetazione boschiva estesa ai margini dei Palù. È possibile che l’area del Castelik abbia avuto anche la funzione di prigione e di cava per l’estrazione di materiale da costruzione.
Che aspetto aveva il Castello di Sernaglia?
Circondato da un corso d’acqua, il castrum de Sernalea era delimitato da una palizzata, o una siepe, e da un fossato (acqua, frata et fossato). All’interno del perimetro trovavano posto le abitazioni su cui gli incastellati avevano il diritto di prelazione.
Di tali strutture, realizzate perlopiù in legno e altri materiali deperibili, non rimane traccia a eccezione delle fondamenta in pietra di un edificio a pianta rettangolare, forse destinato a uso collettivo di uomini e signori.
La gestione del Castello di Sernaglia
Manto fogliare ricopre l’area verde dei Palù a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
Le dimore degli altri paesani erano dislocate al di fuori della recinzione del Castelik, entro la quale potevano rifugiarsi in caso di pericolo. In cambio della protezione garantita dal signore feudale, ogni capofamiglia pagava a questi una calva di frumento come canone in natura.
Il possedimento che Artusio aveva ricevuto in qualità di beneficium era di “proprietà di San Tiziano”, cioè del vescovado di Ceneda, che su questo possedimento manteneva il “dominio eminente”.
Obblighi e codice di condotta nel Castelik de Sernalea
Sentiero alberato nell’area del castelliere di Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
L’accordo prevedeva pene pecuniarie per chi avesse “creato scandalo”, il cui importo era da dividersi tra il signore, che non poteva condonarle se non rinunciando anche alla propria quota, e i contraenti della convenzione. Questi si impegnavano ad abitare la residenza fortificata, alla cui manutenzione i signori contribuivano “secondo le loro possibilità”.
Area del castelliere circondato da un florido bosco a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
Il mistero svelato della fondazione del Castelik
I reperti rinvenuti nell’area del Castelik, tra cui macinelli, selce lavorata, ceramica e avanzi di fusione, avvalorano la testi secondo cui il castelliere sarebbe stato costruito sui resti di un insediamento dell’età del bronzo, risalente, secondo Luigi Ghizzo, intorno all’anno 1000 a.C., durante un periodo di grave siccità che avrebbe spinto gli abitanti delle colline a trasferirsi nell’area acquitrinosa dei Palù e innalzare l’altura artificiale dalla caratteristica forma a ciambella.
Il villaggio passò, insieme ai paesi di Moriago e Fontigo, sotto il controllo dei Signori da Vidor, i quali, tra il 1242 e il 1246, vendettero a Ezzelino da Romano i loro possedimenti “fra la Piave e il fiume Soligo” ossia “nel castello e nei paesi di Vidor, Sernaglia, Fontigo, Nosledo, Moriago e Mosnigo”, compresi i diritti di giurisdizione (comitatu, iurisdictione, districtu et merigiciis).
Manto erboso circondato da boschi nell’area dei Palù a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
Il fenomeno dell’incastellamento
L’edificazione dei castra fu una risposta all’endemica conflittualità che caratterizzò l’Europa altomedievale durante le invasioni di Ungari, Saraceni e Normanni tra i secoli IX e X.
L’indebolimento del potere pubblico aveva portato la signoria rurale e le popolazioni contadine da essa dipendenti alla costruzione di fortezze e castelli sia come forma di autodifesa da minacce esterne, sia come espressione del potere, tendente all’autonomia, che i grandi proprietari terrieri intendevano consolidare nell’ambito della frammentazione territoriale prodotta dal sistema curtense, modello di gestione della proprietà fondiaria affermatosi in gran parte dell’Europa carolingia tra i secoli VIII e IX, che caratterizzò il paesaggio campestre europeo fino al XIII secolo.
Con lo spostamento del baricentro economico dai grandi centri urbani agli insediamenti sparsi nelle campagne, il castello divenne baluardo difensivo e punto focale di ampie estensioni agricole sulle quali il signore feudale imponeva la propria giurisdizione, estendendo il proprio controllo anche sui piccoli proprietari terrieri estranei ai suoi possedimenti.
Paesaggio autunnale del Castelik a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
Concluse le ondate di incursioni, la ripresa demografica europea favorì l’innovazione delle tecniche e degli strumenti agricoli, come la rotazione triennale e l’introduzione dell’aratro, con la conseguente espansione delle aree coltivate sottratte a boschi, selve e foreste che dalla tarda antichità avevano contraddistinto il paesaggio europeo, costituendo importanti serbatoi di legname, selvaggina, erbe medicamentose nonché miele e frutti, dai pinoli alle castagne, dalle ghiande e le noci alle fragole e i mirtilli selvatici.
Una volta sottoposte a bonifica, le zone paludose della Pianura Padana furono trasformate in fertili aree agricole solcate da canali e ombreggiate da rigogliose siepi. Ideale soprattutto per la coltura foraggera, questo metodo di organizzazione del paesaggio rurale prese il nome di campi chiusi, di cui i Palù del Quartier del Piave costituiscono un esempio significativo.
Radura ai margini dei Palù a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia.
Per fornire le migliori esperienze, noi e i nostri partner utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie permetterà a noi e ai nostri partner di elaborare dati personali come il comportamento durante la navigazione o gli ID univoci su questo sito e di mostrare annunci (non) personalizzati. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
Clicca qui sotto per acconsentire a quanto sopra o per fare scelte dettagliate. Le tue scelte saranno applicate solamente a questo sito. È possibile modificare le impostazioni in qualsiasi momento, compreso il ritiro del consenso, utilizzando i pulsanti della Cookie Policy o cliccando sul pulsante di gestione del consenso nella parte inferiore dello schermo.
Funzionale
Sempre attivo
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
Preferenze
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
Statistiche
L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici.L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
Marketing
L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.