L’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia

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Ingresso dell’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV).

Percorso da candidi viali alberati, il parco commemorativo chiamato “Isola dei Morti” si estende nell’area in cui la placida campagna moriaghese, scandita dalla trama regolare dei vigneti e dei campi di granturco, incontra il manto di ghiaia e ciottoli del greto del Piave, il cui gelido corso, mutevole e spesso impetuoso, lambisce le pendici settentrionali del Montello.

Un tempo suddiviso in sedici appezzamenti, ciascuno assegnato a una famiglia del paese che vi ricavava legna e fieno, questo fertile nastro di terra era conosciuto come “Isola Verde” prima che venisse travolto dalle devastazioni del primo conflitto mondiale, in particolare durante la battaglia d’arresto, combattuta tra il novembre e il dicembre 1917 a seguito della disfatta di Caporetto, nella battaglia del Solstizio, tra il 15 e il 24 giugno 1918 e nell’offensiva di Vittorio Veneto, tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.

Gli antefatti

Dalla spedizione punitiva a Caporetto

All’inizio della Grande Guerra, il confine italiano con il Trentino costituiva uno dei settori maggiormente esposti alle offensive austro-ungariche e tedesche.

Sugli altipiani di Lavarone e Folgaria, il feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austriaco, aveva fatto erigere sette forti in cemento armato all’apparenza inespugnabili.

Programmato per la primavera del 1916, l’obiettivo austro-ungarico, rivelatosi fallimentare, era di sfondare attraverso la Valdastico e la Vallarsa, occupare Thiene e Vicenza, quindi avanzare a est e chiudere in una morsa le armate italiane schierate sull’Alto Isonzo.

In questa regione, dove si aprono le valli del torrente Judrio e del fiume Natisone, gli italiani si erano attestati sulle precarie posizioni che dalle pendici del Monte Rombon si estendevano a sud-est fino a Tolmino, passando per la Conca di Plezzo e il saliente del Monte Nero.

La rotta di Caporetto

Prevista per la seconda metà di ottobre 1917, l’offensiva austro-tedesca consisteva nel colpire il massiccio del monte Ježa e la catena del Kolovrat, all’altezza di Tolmino, per dilagare nella valle dello Judrio in direzione di Cividale. Un secondo attacco avrebbe interessato Plezzo e Saga, per scendere in valle Uccea e riversarsi nell’alto Friuli.

Le forze austro-tedesche si sarebbero congiunte a Caporetto e avrebbero preso alle spalle gli italiani schierati sul saliente del Monte Nero.

Iniziato alle due del mattino del 24 ottobre con un mirato bombardamento di proiettili caricati a gas fosgene, il piano austro-tedesco travolse il Regio Esercito sul fronte dell’Alto Isonzo.

Impreparati a reggere l’urto dell’offensiva nemica, i reparti italiani in prima linea furono aggirati. Alla caotica ritirata sul Tagliamento seguì, il 29 ottobre, un disordinato ripiegamento sulla linea del Piave.

Le perdite italiane della rotta di Caporetto ammontano a circa 40.000 tra morti e feriti, 300.000 prigionieri, 350.000 soldati allo sbando e mezzo milione di profughi.

Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!

Tra ottobre e novembre, la III armata e ciò che rimaneva della II erano dislocate sul Piave. Pochi giorni dopo anche la IV armata, proveniente dal Cadore e dalle Prealpi Carniche, prese posizione lungo la riva destra del fiume sacro alla Patria.

Più a nord, la I e la VI armata, a difesa rispettivamente dell’Altipiano di Asiago e del Monte Grappa, si attestarono su posizioni più arretrate.

L’8 novembre 1917 il capo di stato maggiore Luigi Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.

Il 16 novembre, la tenace resistenza italiana attenuò l’impeto dello slancio austro-tedesco, che si arrestò. Durante l’inverno, entrambi gli schieramenti interruppero le azioni militari, che sarebbero riprese tra la primavera e l’estate dell’anno successivo.

La battaglia del solstizio

Nel giugno 1918, la I armata del Regio Esercito era schierata sull’Altipiano di Asiago, la VI tra il fiume Brenta e il Monte Grappa, la IV tra il Massiccio del Grappa e il Montello. L’VIII armata difendeva l’area tra il Montello e le Grave di Papadopoli, mentre la III armata era dispiegata fra le grave e la Laguna veneta.

Alle tre del mattino del 15 giugno 1918, gli austro-ungarici, privi del supporto tedesco, attaccarono sul fronte del Grappa e sull’Altipiano di Asiago, ma l’offensiva si concluse con un nulla di fatto.

Sulla linea del Piave, le truppe imperiali riuscirono a transitare il fiume, avanzando fino all’altezza di Giavera. Nella zona compresa tra le Grave di Papadopoli, Fossalta e San Donà di Piave, conquistarono la riva destra del fiume, ma la tenace resistenza del Regio Esercito, rafforzata dall’esperienza maturata dopo il disastro di Caporetto, fece sfumare il loro proposito di raggiungere Treviso.

Decisiva fu la sapiente disposizione dei presidi italiani lungo il fronte del Piave, unita al preciso fuoco dell’artiglieria e all’intervento dell’aviazione, che colpì ripetutamente i ponti di barche austro-ungarici, infliggendo gravi perdite.

A favorire i soldati italiani fu anche la piena del fiume, causata dalle forti piogge, che trascinò via le strutture galleggianti faticosamente allestite dalle forze avversarie.

Il 20 giugno venne ordinata la ritirata generale dell’esercito austro-ungarico.

La battaglia di Vittorio Veneto

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Cippo piramidale degli Arditi nel piazzale centrale dell’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV).

Nell’ottobre del 1918, la disgregazione politica e militare dell’Impero austro-ungarico era ormai evidente, come dimostrato dall’elevato numero di diserzioni nelle divisioni imperiali, in particolare tra i reggimenti magiari, che avevano iniziato ad abbandonare il fronte prima dell’inizio della battaglia, rifiutandosi di combattere per un impero che si stava sgretolando.

Nel mese di ottobre, la dissoluzione dell’autorità centrale trovò conferma nella proclamazione d’indipendenza della Cecoslovacchia, dell’Ungheria e della Jugoslavia, che riuniva i popoli serbo, croato e sloveno.

Il 24 ottobre 1918, anniversario della disfatta di Caporetto, l’esercito italiano attaccò sul Monte Grappa. Malgrado le numerose defezioni nello schieramento avversario, i reparti austro-ungarici in prima linea opposero una strenua resistenza in quello che fu l’ultimo colpo di coda di un impero morente.

Moriago della Battaglia: la Porta della Vittoria

Provenienti dalla località Fontana del Buoro, gli Arditi del XXII Reparto d’Assalto e la Brigata Cuneo del XXVII Corpo d’Armata riuscirono, nonostante le piene dovute ai forti rovesci, a costituire nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 1918 la testa di ponte che permise di valicare il Piave, aprendo la strada alle brigate dell’VIII armata.

Una volta liberato, il paese di Moriago ottenne il titolo di “Porta della Vittoria” per la sua posizione strategica nell’avanzata verso Vittorio Veneto. La stessa intitolazione è stata attribuita al cancello nord che si apre su Via degli Arditi.

Il 28 ottobre fu insediato presso il Mulino Manente il quartier generale al comando del generale Vaccari, a cui è dedicato l’omonimo piazzale nell’Isola dei Morti.

Il 29 ottobre, l’imperatore Carlo I chiese l’armistizio, mentre l’esercito austriaco, ormai sfinito, si ritirava verso la frontiera.

I sentieri dell’Isola dei Morti

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L’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV).

Il parco monumentale è percorso da una rete di sentieri e viali alberati i cui nomi ricordano i teatri di battaglia, le armate, le brigate, le divisioni protagoniste delle battaglie combattute sulla linea delle Prealpi e del Piave negli anni 1917 e 1918.

In direzione ovest si estende il Viale “Montegrappa”, a est il Viale “Nervesa della Battaglia”.

Dal piazzale “Ragazzi del ’99” nel cuore dell’Isola, la strada “Prima divisione d’Assalto” si snoda a sud-ovest congiungendosi al sentiero “Fontana del Buoro”, da cui si raggiunge il Piave, il “Sentiero delle Grave” e la “Strada del Bosco”.

Il Viale dedicato al XXII Corpo d’Armata, che conduce ai cancelli di Fontigo, si articola parallelamente al Montello.

Attraversata da Via della Vittoria, la luminosa distesa erbosa intitolata al Generale Vaccari, comandante della XXII, è situata tra l’ingresso di Fontigo a nord-est e il piazzale centrale a sud-ovest, dove sorgono il Santuario della Madonna e il Cippo degli Arditi.

Il cippo commemorativo nell’Isola dei Morti

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Cippo piramidale degli Arditi nel Piazzale “Ragazzi del ’99” a Moriago della Battaglia (TV).

Costruito nel 1923 con pietre di fiume e calce, il cippo piramidale erto nel cuore dell’isola è coronato da un crocifisso realizzato con paletti di reticolato, avvolti nel filo spinato che si intreccia intorno a un elmetto arrugginito.

Alla base del monumento, quattro targhe recano versi tratti da La preghiera di Sernaglia (1918) di Gabriele D’Annunzio. Sulla lapide frontale di legge:

AI MORTI DEL PIAVE

54…. O VALLI DISGOMBRE DOVE TORNA UNA COSÌ PURA DOLCEZZA CHE I MORTI SEMBRAN QUIVI DORMIRE NEL GREMBO DI MARIA COME IL FIGLIO! …

I versi sono incorniciati dal simbolo degli Arditi, costituito da un gladio iscritto tra un serto d’alloro a sinistra, una fronda di quercia a destra.

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Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV). Cippo commemorativo dei caduti del Piave.

Il bosco dell’Isola dei Morti

Al periodo compreso tra il maggio 1929 e il dicembre 1938 risale l’iniziale opera di rimboschimento dell’Isola dei Morti, attuata dal Genio Civile di Treviso con l’assistenza dell’Amministrazione forestale, durante la quale furono tracciati i viali che confluiscono nel piazzale centrale. In questo contesto, nel 1933 fu realizzata un’opera idraulica di difesa a tenaglia nell’alveo del fiume.

Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, la costruzione di accampamenti e strutture militari in questa zona, unitamente alla penuria di legna da ardere, compromisero le opere di sistemazione fluviale e vanificarono gli interventi di piantumazione degli anni Trenta.

Flora e fauna nell’Isola dei Morti

Affidata al Corpo Forestale, l’area commemorativa raggiunse nel 1948 una superficie di circa centododici ettari che, una volta risanata e piantumata, si trasformò nello straordinario polmone verde che oggi avvolge i monumenti e la chiesetta nel piazzale centrale. L’Isola dei Morti è attualmente curata da associazioni di volontariato, tra cui gli Alpini e la Pro Loco di Moriago della Battaglia.

Quel suolo ferito, martoriato e spezzato dalla guerra è oggi ricoperto da un denso manto di pini silvestri, pini neri d’Austria, larici giapponesi e falsi cipressi.

Gli ameni viali che conducono al cippo piramidale ricevono l’ombra di svettanti tigli. Tra le chiome di maestose conifere crescono floridi l’orniello, il carpino nero e bianco, l’ontano, il tasso, l’olmo siberiano, il bagolaro e la roverella nonché alberi da frutto come il melo, il ciliegio e il pruno.

Incorniciati da piante ripariali come la tifa e il crescione, gli avvallamenti un tempo soggetti a ristagno idrico sono oggi limpidi laghetti, dalla cui superficie affiorano ninfee e lingue d’acqua.

In questo ambiente quieto e incontaminato, in cui trovano il proprio habitat la volpe, la donnola e la lepre, l’osservatore attento scorgerà esemplari di colombaccio, colombella, fagiano, picchio, upupa e rapaci come il gufo comune, l’allocco e la poiana.

Il Santuario della Madonna

In prossimità del memoriale sorge il santuario dedicato alla Vergine, la cui edificazione, proposta negli anni Cinquanta dal parroco di Moriago, Don Pietro Ceccato (1908-1996), fu approvata dal Vescovo diocesano Mons. Giuseppe Carraro. Il progetto fu affidato all’architetto Alberto Alpago-Novello.

Iniziati il 16 luglio 1961, i lavori si conclusero nel 1965. Il 29 giugno di quell’anno la chiesa fu consacrata da Mons. Albino Luciani, Vescovo di Vittorio Veneto e futuro Papa Giovanni Paolo I.

All’interno della chiesa, accessibile tramite un pregiato portale ligneo scolpito da Giacomo Vincenzo Mussner di Ortisei (su disegno di Enrico Tonello), i riferimenti alle battaglie che sconvolsero il territorio trovano un richiamo evocativo nel leggio realizzato con filo spinato, nel crocifisso ricavato da una bomba a mano, nell’acquasantiera in bronzo raffigurante un soldato che regge l’elmetto, realizzata dal Giaretta, nel dipinto a olio di Albino Poloniato di Crocetta raffigurante il Piave, il Montello e l’Isola dei Morti, solo per citare alcune delle opere che adornano il luogo di culto.

Sculture dell’Isola del Morti

Eretto il 30 ottobre 1977, il busto di Ermete Giovanni Gaeta (Napoli, 5 maggio 1884 – 24 giugno 1961), in arte E. A. Mario (in onore di Alberto Mario, giornalista, poeta e patriota collaboratore di Mazzini), rende omaggio all’autore dell’inno La leggenda del Piave.

Dello scultore Marbal sono le opere “Vita per la Pace”, inaugurata il 16 giugno 1991, “Fiaccola con braciere” e “Santa Barbara”, inaugurate nel 2002.

In questo luogo solenne, l’intreccio dei viali di tigli che diramandosi nel bosco incorniciano monumenti di bronzo, pietra bianca e filo spinato sfumano nell’ispida vegetazione pioniera affiorante dalla ghiaia e dai ciottoli levigati dall’acqua che ammantano il greto del Piave, ricordando le distese della steppa. La regolare disposizione dei pini silvestri e dei pini neri lascia spazio a ornielli, cornioli, biancospini, carpini, ontani e molti altri arbusti e piante d’alto fusto che crescono spontanee sotto le loro chiome pungenti.

Varcato l’accesso al giardino monumentale ci si addentra in un ambiente maestoso e lussureggiante che invita al silenzio, alla contemplazione della natura, alla riflessione sulla morte che poco più di un secolo fa disseminò le isole e le sponde del fiume Sacro alla Patria dei corpi di migliaia di soldati, di cui corrente restituisce tutt’ora macabri ricordi nella forma di cartucce, caricatori, granate da mortaio ed elmetti divelti affioranti dal pelo dell’acqua.

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