I Palù sono un esempio unico in Italia e in Europa di paesaggio a campi chiusi, risultato di interventi idraulici e bonifiche che hanno trasformato le paludi in appezzamenti agricoli. La presenza di acqua, la sua temperatura costante e la rete di canali e fossati hanno permesso lo sviluppo di un ecosistema ricco di biodiversità, con fioriture primaverili di Iris sibirica, e la presenza di specie rare di avifauna. L’area fa parte della Rete Europea “Natura 2000” ed è riconosciuta come Area di Interesse Comunitario (area SIC).
La posizione ribassata di questo rigoglioso polmone verde rispetto al territorio circostante, unitamente alla tessitura argillosa del suolo, favorisce il ristagno idrico che alimenta la falda freatica, dando vita al fenomeno di impaludamento da cui trae origine il toponimo di questa amena località. In tale contesto si distingue l’Oasi Fontane Bianche, le cui risorgive affiorano presso la confluenza nel fiume Piave dei torrenti Rabòs e Rospér.
Flora e fauna dei Palù del Quartier del Piave
Palù QDP – Iris sibirica. Fotoclub Sernaglia
Passeggiando all’ombra di floride siepi punteggiate di farnie, querce autoctone tipiche delle foreste planiziali, l’osservatore attento scorgerà maestosi esemplari di tarabuso e falco pellegrino.
Scoiattolo nei Palù del Quartier del Piave a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia
La particolare morfologia di questo ambiente acquitrinoso, unita agli interventi di drenaggio di epoca medievale, ha plasmato la fisionomia di quello che oggi è considerato uno degli esempi di archeologia paesaggistica rurale meglio preservati in Veneto e nel nord-Italia, conosciuta come zona a campi chiusi.
Palù QDP – tipico campo chiuso. Fotoclub Sernaglia
Caprioli nei Palù del Quartier del Piave a Sernaglia della Battaglia (TV). Fotoclub Sernaglia
Questa tipologia di organizzazione del suolo agricolo si caratterizza per una trama di prati umidi solcati da corsi d’acqua pensili e fossati incorniciati da querce, ontani, olmi campestri, aceri, salici, noccioli, platani, pioppi e molti altri arbusti e piante d’alto fusto.
La fertilità dell’area dovuta all’abbondanza d’acqua rende la sistemazione a campi recintati, cioè avvolti da siepi arboree e arbustive, ideale per la coltura foraggera e per la produzione di legname.
Un delicato ecosistema
Palù QDP – vista aerea dei campi chiusi. Fotoclub Sernaglia
Palù QDP – vista area allargata. Fotoclub Sernaglia
La diffusione dell’agricoltura estensiva, unitamente al processo di espansione urbanistica, ha determinato il graduale spopolamento delle campagne e l’abbandono del patrimonio storico dell’edilizia rurale, con il conseguente snaturamento del paesaggio agricolo tradizionale.
Al caratteristico “disordine controllato” del panorama agreste medievale, scandito da prati stabili, prati umidi e piccoli appezzamenti di forma irregolare racchiusi da folte siepi, si è sostituita la lineare uniformità di vaste estensioni terriere, funzionale alla meccanizzazione dell’agricoltura, alla semplificazione dell’odierno sistema colturale e ai moderni allevamenti a carattere industriale.
Se vi chiedete cosa fare a Sernaglia della Battaglia, i percorsi ecologici attrezzati dal comune da fare a piedi, a cavallo o in mountainbike, permettono di esplorare un raro esempio di ambiente rurale, spettacolare in ogni stagione, sopravvissuto all’omologazione connaturata all’agricoltura contemporanea. I sentieri guidati si inoltrano nell’antico scenario campestre nel quale la presenza antropica e il mondo naturale coesistevano in una delicata armonia, per rispondere alle necessità degli esseri umani nel rispetto dell’ecosistema in cui vivevano.
Veduta aerea dell’Abbazia di Sant’Eustachio circondata da boschi e da vigneti soleggiati. Nervesa della Battaglia.
Indice dei contenuti
Come raggiungere l’Abbazia di Sant’Eustachio?
Per arrivare all’Abbazia di Sant’Eustachio si può lasciare l’auto in Piazzale della Chiesa, in corrispondenza della parrocchia di San Giovanni Battista, luogo di culto tardo cinquecentesco incorniciato da un lungo filare di tigli e da un oliveto cinto da una siepe ben curata.
Il sentiero di Via Collalto
In autunno, svettanti tigli, olmi, aceri campestri, frassini, noccioli, robinie, sambuchi e bagolari lasciano cadere le proprie foglie sul sentiero, formando un manto dorato e scricchiolante sul quale cadono le ghiande di maestosi roveri e gli involucri spinosi dei castagni.
All’inizio dell’itinerario, volgendo lo sguardo a est, si osserva una graziosa collinetta boscosa la cui conformazione ricorda quella di un castelliere, terrapieno realizzato anticamente con funzione difensiva.
Proseguendo in lieve salita, il percorso regala una veduta suggestiva di un verde declive scandito da vigneti assolati e punteggiato di olivi tortuosi che avvolgono l’antico eremo di San Girolamo.
Una targa al di sopra dell’ingresso del sacello votivo indica che la grotta di San Girolamo era stata distrutta durante la battaglia del giugno 1918 e ricostruita dalla popolazione di Nervesa nel gennaio 1922. Una seconda lapide, recante l’anno 1728, è collocata sul pavimento adiacente all’altare, adornato da una statua acefala di San Girolamo.
La vegetazione che in questa fertile area cresce rigogliosa include piante come il rovo (Rubus ulmifolius), l’ortica (Urtica dioica) e il farfaraccio, il cui nome scientifico, Petasites hybridus, richiama il copricapo a larga tesa indossato dai contadini e dai viandanti dell’antica Grecia chiamato petasos (πέτασος), in riferimento alle ampie foglie di questa pianta adatta ai terreni umidi. Il verbo petánnymi (πετάννυμι) significa infatti “allargare, stendere”.
Veduta aerea dell’Abbazia di Sant’Eustachio e dell’Eremo di San Girolamo. Sullo sfondo, il Sacrario Militare di Nervesa della Battaglia circondato da cipressi.
Storia dell’Abbazia di Sant’Eustachio
Come riportato in una bolla di papa Alessandro II del 1062, il complesso benedettino venne fondato a metà dell’XI secolo, su una preesistente opera fortificata, per volontà di Rambaldo III di Collalto e di sua madre Gisla di Paoluccio, moglie di Rambaldo II conte di Treviso.
Tra i secoli XVI e XVII l’Abbazia di Sant’Eustachio costituì un cenacolo culturale che vide la presenza di eminenti intellettuali rinascimentali, tra cui il drammaturgo Pietro Aretino (Arezzo, 19 aprile 1492 ; Venezia, 21 ottobre 1556) la poetessa Gaspara Stampa (Padova, 1523 ; Venezia, 23 aprile 1554) e Monsignor Giovanni della Casa (Borgo San Lorenzo, 28 giugno 1503 ; Roma, 14 novembre 1556) che tra queste mura si dedicò alla composizione del celebre trattato “Galateo, overo de’ costumi”.
L’Abbazia di Sant’Eustachio nella prima guerra mondiale
Abbazia di Sant’Eustachio prima della disfatta di Caporetto.
Con la rotta di Caporetto, annunciata nella notte del 24 ottobre 1917 dai massicci bombardamenti austro-tedeschi sul fronte dell’Alto Isonzo, le truppe italiane si ritirarono disordinatamente per circa centocinquanta chilometri, subendo pesanti perdite in termini di morti, feriti, prigionieri e sbandati.
Attestatosi sulla riva destra del fiume Sacro alla Patria, il Regio Esercito riuscì a mantenere la posizione sulla linea delle Prealpi e del Piave, resistendo all’impeto dell’avanzata nemica, che il 16 novembre fu respinta sotto il comando del capo di stato maggiore, Armando Diaz, subentrato a Luigi Cadorna l’8 novembre di quell’anno.
Durante la battaglia del solstizio, combattuta dal 15 al 24 giugno 1918, il piccolo comune di Nervesa della Battaglia, racchiuso tra le pendici orientali del Montello e il fiume Sacro alla Patria, non fu risparmiato dall’artiglieria austro-tedesca, che martoriò il placido rilievo boscoso dalla caratteristica forma a fagiolo e il complesso benedettino vi sorgeva.
Il recupero dell’Abbazia di Sant’Eustachio
I decenni di trascuratezza in cui versarono le rovine dell’antica abbazia ebbero fine grazie all’intervento di restauro avviato dalla Società Agricola Giusti Dal Col, a cui il Ministero ha dato in concessione l’uso del sito. Da allora, è stata intrapresa un’attenta opera di manutenzione che ha reso possibile la riapertura del complesso al pubblico.
Oggi, all’interno della tenuta, vengono coltivate pregiate varietà vitivinicole, tra cui Merlot e Cabernet Sauvignon per la produzione del vino iconico “Umberto I”. Sono inoltre presenti altre varietà di Pinot Nero, Glera e Sauvignon Nepis, che è una varietà resistente.
Perché visitare l’Abbazia di Sant’Eustachio?
Ingresso dell’Abbazia di Sant’Eustachio a Nervesa della Battaglia (TV).
Avvolti da un’aura di fascino e mistero, i ruderi del complesso benedettino costituiscono uno dei siti archeologici e culturali più significativi della regione.
Conclusa la piacevole escursione naturalistica, si rimane colpiti dalle vedute mozzafiato di ridenti colline scandite da vigneti, costellate di olivi argentati e ammantate di boschi, al di là dei quali lo sguardo si posa sul campanile della chiesa da cui siamo partiti.
Da questa posizione privilegiata, dopo aver contemplato l’eremo di San Girolamo, la vista si perde all’orizzonte sulla vasta pianura trevigiana scandita dalla trama regolare delle siepi e dei campi disseminati di cascine e annessi rustici secolari.
Un tempo suddiviso in sedici appezzamenti, ciascuno assegnato a una famiglia del paese che vi ricavava legna e fieno, questo fertile nastro di terra era conosciuto come “Isola Verde” prima che venisse travolto dalle devastazioni del primo conflitto mondiale, in particolare durante la battaglia d’arresto, combattuta tra il novembre e il dicembre 1917 a seguito della disfatta di Caporetto, nella battaglia del Solstizio, tra il 15 e il 24 giugno 1918 e nell’offensiva di Vittorio Veneto, tra il 24 ottobre e il 4 novembre 1918.
Gli antefatti
Dalla spedizione punitiva a Caporetto
All’inizio della Grande Guerra, il confine italiano con il Trentino costituiva uno dei settori maggiormente esposti alle offensive austro-ungariche e tedesche.
Sugli altipiani di Lavarone e Folgaria, il feldmaresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, capo di stato maggiore austriaco, aveva fatto erigere sette forti in cemento armato all’apparenza inespugnabili.
Programmato per la primavera del 1916, l’obiettivo austro-ungarico, rivelatosi fallimentare, era di sfondare attraverso la Valdastico e la Vallarsa, occupare Thiene e Vicenza, quindi avanzare a est e chiudere in una morsa le armate italiane schierate sull’Alto Isonzo.
In questa regione, dove si aprono le valli del torrente Judrio e del fiume Natisone, gli italiani si erano attestati sulle precarie posizioni che dalle pendici del Monte Rombon si estendevano a sud-est fino a Tolmino, passando per la Conca di Plezzo e il saliente del Monte Nero.
La rotta di Caporetto
Prevista per la seconda metà di ottobre 1917, l’offensiva austro-tedesca consisteva nel colpire il massiccio del monte Ježa e la catena del Kolovrat, all’altezza di Tolmino, per dilagare nella valle dello Judrio in direzione di Cividale. Un secondo attacco avrebbe interessato Plezzo e Saga, per scendere in valle Uccea e riversarsi nell’alto Friuli.
Le forze austro-tedesche si sarebbero congiunte a Caporetto e avrebbero preso alle spalle gli italiani schierati sul saliente del Monte Nero.
Iniziato alle due del mattino del 24 ottobre con un mirato bombardamento di proiettili caricati a gas fosgene, il piano austro-tedesco travolse il Regio Esercito sul fronte dell’Alto Isonzo.
Impreparati a reggere l’urto dell’offensiva nemica, i reparti italiani in prima linea furono aggirati. Alla caotica ritirata sul Tagliamento seguì, il 29 ottobre, un disordinato ripiegamento sulla linea del Piave.
Le perdite italiane della rotta di Caporetto ammontano a circa 40.000 tra morti e feriti, 300.000 prigionieri, 350.000 soldati allo sbando e mezzo milione di profughi.
Tutti eroi! O il Piave o tutti accoppati!
Tra ottobre e novembre, la III armata e ciò che rimaneva della II erano dislocate sul Piave. Pochi giorni dopo anche la IV armata, proveniente dal Cadore e dalle Prealpi Carniche, prese posizione lungo la riva destra del fiume sacro alla Patria.
Più a nord, la I e la VI armata, a difesa rispettivamente dell’Altipiano di Asiago e del Monte Grappa, si attestarono su posizioni più arretrate.
L’8 novembre 1917 il capo di stato maggiore Luigi Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz.
Il 16 novembre, la tenace resistenza italiana attenuò l’impeto dello slancio austro-tedesco, che si arrestò. Durante l’inverno, entrambi gli schieramenti interruppero le azioni militari, che sarebbero riprese tra la primavera e l’estate dell’anno successivo.
La battaglia del solstizio
Nel giugno 1918, la I armata del Regio Esercito era schierata sull’Altipiano di Asiago, la VI tra il fiume Brenta e il Monte Grappa, la IV tra il Massiccio del Grappa e il Montello. L’VIII armata difendeva l’area tra il Montello e le Grave di Papadopoli, mentre la III armata era dispiegata fra le grave e la Laguna veneta.
Alle tre del mattino del 15 giugno 1918, gli austro-ungarici, privi del supporto tedesco, attaccarono sul fronte del Grappa e sull’Altipiano di Asiago, ma l’offensiva si concluse con un nulla di fatto.
Sulla linea del Piave, le truppe imperiali riuscirono a transitare il fiume, avanzando fino all’altezza di Giavera. Nella zona compresa tra le Grave di Papadopoli, Fossalta e San Donà di Piave, conquistarono la riva destra del fiume, ma la tenace resistenza del Regio Esercito, rafforzata dall’esperienza maturata dopo il disastro di Caporetto, fece sfumare il loro proposito di raggiungere Treviso.
Decisiva fu la sapiente disposizione dei presidi italiani lungo il fronte del Piave, unita al preciso fuoco dell’artiglieria e all’intervento dell’aviazione, che colpì ripetutamente i ponti di barche austro-ungarici, infliggendo gravi perdite.
A favorire i soldati italiani fu anche la piena del fiume, causata dalle forti piogge, che trascinò via le strutture galleggianti faticosamente allestite dalle forze avversarie.
Il 20 giugno venne ordinata la ritirata generale dell’esercito austro-ungarico.
La battaglia di Vittorio Veneto
Cippo piramidale degli Arditi nel piazzale centrale dell’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV).
Nell’ottobre del 1918, la disgregazione politica e militare dell’Impero austro-ungarico era ormai evidente, come dimostrato dall’elevato numero di diserzioni nelle divisioni imperiali, in particolare tra i reggimenti magiari, che avevano iniziato ad abbandonare il fronte prima dell’inizio della battaglia, rifiutandosi di combattere per un impero che si stava sgretolando.
Nel mese di ottobre, la dissoluzione dell’autorità centrale trovò conferma nella proclamazione d’indipendenza della Cecoslovacchia, dell’Ungheria e della Jugoslavia, che riuniva i popoli serbo, croato e sloveno.
Il 24 ottobre 1918, anniversario della disfatta di Caporetto, l’esercito italiano attaccò sul Monte Grappa. Malgrado le numerose defezioni nello schieramento avversario, i reparti austro-ungarici in prima linea opposero una strenua resistenza in quello che fu l’ultimo colpo di coda di un impero morente.
Moriago della Battaglia: la Porta della Vittoria
Provenienti dalla località Fontana del Buoro, gli Arditi del XXII Reparto d’Assalto e la Brigata Cuneo del XXVII Corpo d’Armata riuscirono, nonostante le piene dovute ai forti rovesci, a costituire nella notte tra il 26 e il 27 ottobre 1918 la testa di ponte che permise di valicare il Piave, aprendo la strada alle brigate dell’VIII armata.
Il 28 ottobre fu insediato presso il Mulino Manente il quartier generale al comando del generale Vaccari, a cui è dedicato l’omonimo piazzale nell’Isola dei Morti.
Il 29 ottobre, l’imperatore Carlo I chiese l’armistizio, mentre l’esercito austriaco, ormai sfinito, si ritirava verso la frontiera.
I sentieri dell’Isola dei Morti
L’Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV).
Il parco monumentale è percorso da una rete di sentieri e viali alberati i cui nomi ricordano i teatri di battaglia, le armate, le brigate, le divisioni protagoniste delle battaglie combattute sulla linea delle Prealpi e del Piave negli anni 1917 e 1918.
In direzione ovest si estende il Viale “Montegrappa”, a est il Viale “Nervesa della Battaglia”.
Dal piazzale “Ragazzi del ’99” nel cuore dell’Isola, la strada “Prima divisione d’Assalto” si snoda a sud-ovest congiungendosi al sentiero “Fontana del Buoro”, da cui si raggiunge il Piave, il “Sentiero delle Grave” e la “Strada del Bosco”.
Il Viale dedicato al XXII Corpo d’Armata, che conduce ai cancelli di Fontigo, si articola parallelamente al Montello.
Attraversata da Via della Vittoria, la luminosa distesa erbosa intitolata al Generale Vaccari, comandante della XXII, è situata tra l’ingresso di Fontigo a nord-est e il piazzale centrale a sud-ovest, dove sorgono il Santuario della Madonna e il Cippo degli Arditi.
Il cippo commemorativo nell’Isola dei Morti
Cippo piramidale degli Arditi nel Piazzale “Ragazzi del ’99” a Moriago della Battaglia (TV).
Costruito nel 1923 con pietre di fiume e calce, il cippo piramidale erto nel cuore dell’isola è coronato da un crocifisso realizzato con paletti di reticolato, avvolti nel filo spinato che si intreccia intorno a un elmetto arrugginito.
Alla base del monumento, quattro targhe recano versi tratti da La preghiera di Sernaglia (1918) di Gabriele D’Annunzio. Sulla lapide frontale di legge:
AI MORTI DEL PIAVE
54…. O VALLI DISGOMBRE DOVE TORNA UNA COSÌ PURA DOLCEZZA CHE I MORTI SEMBRAN QUIVI DORMIRE NEL GREMBO DI MARIA COME IL FIGLIO! …
I versi sono incorniciati dal simbolo degli Arditi, costituito da un gladio iscritto tra un serto d’alloro a sinistra, una fronda di quercia a destra.
Isola dei Morti a Moriago della Battaglia (TV). Cippo commemorativo dei caduti del Piave.
Il bosco dell’Isola dei Morti
Al periodo compreso tra il maggio 1929 e il dicembre 1938 risale l’iniziale opera di rimboschimento dell’Isola dei Morti, attuata dal Genio Civile di Treviso con l’assistenza dell’Amministrazione forestale, durante la quale furono tracciati i viali che confluiscono nel piazzale centrale. In questo contesto, nel 1933 fu realizzata un’opera idraulica di difesa a tenaglia nell’alveo del fiume.
Durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, la costruzione di accampamenti e strutture militari in questa zona, unitamente alla penuria di legna da ardere, compromisero le opere di sistemazione fluviale e vanificarono gli interventi di piantumazione degli anni Trenta.
Flora e fauna nell’Isola dei Morti
Affidata al Corpo Forestale, l’area commemorativa raggiunse nel 1948 una superficie di circa centododici ettari che, una volta risanata e piantumata, si trasformò nello straordinario polmone verde che oggi avvolge i monumenti e la chiesetta nel piazzale centrale. L’Isola dei Morti è attualmente curata da associazioni di volontariato, tra cui gli Alpini e la Pro Loco di Moriago della Battaglia.
Quel suolo ferito, martoriato e spezzato dalla guerra è oggi ricoperto da un denso manto di pini silvestri, pini neri d’Austria, larici giapponesi e falsi cipressi.
Gli ameni viali che conducono al cippo piramidale ricevono l’ombra di svettanti tigli. Tra le chiome di maestose conifere crescono floridi l’orniello, il carpino nero e bianco, l’ontano, il tasso, l’olmo siberiano, il bagolaro e la roverella nonché alberi da frutto come il melo, il ciliegio e il pruno.
Incorniciati da piante ripariali come la tifa e il crescione, gli avvallamenti un tempo soggetti a ristagno idrico sono oggi limpidi laghetti, dalla cui superficie affiorano ninfee e lingue d’acqua.
In questo ambiente quieto e incontaminato, in cui trovano il proprio habitat la volpe, la donnola e la lepre, l’osservatore attento scorgerà esemplari di colombaccio, colombella, fagiano, picchio, upupa e rapaci come il gufo comune, l’allocco e la poiana.
Il Santuario della Madonna
In prossimità del memoriale sorge il santuario dedicato alla Vergine, la cui edificazione, proposta negli anni Cinquanta dal parroco di Moriago, Don Pietro Ceccato (1908-1996), fu approvata dal Vescovo diocesano Mons. Giuseppe Carraro. Il progetto fu affidato all’architetto Alberto Alpago-Novello.
Iniziati il 16 luglio 1961, i lavori si conclusero nel 1965. Il 29 giugno di quell’anno la chiesa fu consacrata da Mons. Albino Luciani, Vescovo di Vittorio Veneto e futuro Papa Giovanni Paolo I.
All’interno della chiesa, accessibile tramite un pregiato portale ligneo scolpito da Giacomo Vincenzo Mussner di Ortisei (su disegno di Enrico Tonello), i riferimenti alle battaglie che sconvolsero il territorio trovano un richiamo evocativo nel leggio realizzato con filo spinato, nel crocifisso ricavato da una bomba a mano, nell’acquasantiera in bronzo raffigurante un soldato che regge l’elmetto, realizzata dal Giaretta, nel dipinto a olio di Albino Poloniato di Crocetta raffigurante il Piave, il Montello e l’Isola dei Morti, solo per citare alcune delle opere che adornano il luogo di culto.
Sculture dell’Isola del Morti
Eretto il 30 ottobre 1977, il busto di Ermete Giovanni Gaeta (Napoli, 5 maggio 1884 – 24 giugno 1961), in arte E. A. Mario (in onore di Alberto Mario, giornalista, poeta e patriota collaboratore di Mazzini), rende omaggio all’autore dell’inno La leggenda del Piave.
Dello scultore Marbal sono le opere “Vita per la Pace”, inaugurata il 16 giugno 1991, “Fiaccola con braciere” e “Santa Barbara”, inaugurate nel 2002.
In questo luogo solenne, l’intreccio dei viali di tigli che diramandosi nel bosco incorniciano monumenti di bronzo, pietra bianca e filo spinato sfumano nell’ispida vegetazione pioniera affiorante dalla ghiaia e dai ciottoli levigati dall’acqua che ammantano il greto del Piave, ricordando le distese della steppa. La regolare disposizione dei pini silvestri e dei pini neri lascia spazio a ornielli, cornioli, biancospini, carpini, ontani e molti altri arbusti e piante d’alto fusto che crescono spontanee sotto le loro chiome pungenti.
Varcato l’accesso al giardino monumentale ci si addentra in un ambiente maestoso e lussureggiante che invita al silenzio, alla contemplazione della natura, alla riflessione sulla morte che poco più di un secolo fa disseminò le isole e le sponde del fiume Sacro alla Patria dei corpi di migliaia di soldati, di cui corrente restituisce tutt’ora macabri ricordi nella forma di cartucce, caricatori, granate da mortaio ed elmetti divelti affioranti dal pelo dell’acqua.
26 luglio: Cisco e gli ex Modena City Ramblers chiudono Suoni di Marca 2025
Svelato il gran finale della trentacinquesima edizione di Suoni di Marca. Sul palco delle Mura di Treviso, sabato 26 luglio, il grande ritorno di Cisco insieme ad altri membri storici dei Modena City Ramblers. Prosegue nel 2025 il tour che celebra i trent’anni di Riportando tutto a casa, primo album in studio dei Modena datato 1994 e per l’occasione, Cisco ha richiamato alcuni vecchi amici.
Insieme a lui, oltre ai musicisti di sempre, tornano a suonare anche Arcangelo “Kaba” Cavazzuti, Roberto Zeno e Luciano Gaeti, rispettivamente produttore artistico, batterista e polistrumentista storici della band emiliana, per una reunion clamorosa che porta avanti un tour già sold out nei teatri e inciso del doppio live album Riportando tutto a casa 30 anni dopo. Per Suoni di Marca si prospetta un ennesimo finale col botto.
Giovedì 24 luglio Suoni di Marca diventa il capitolo di una storia lunga mezzo secolo. Passa per Treviso Su di noi…la nostra storia, tour mondiale che celebra i 50 anni di carriera di Pupo, uno dei cantanti più amati dagli italiani e non solo. Si prospetta un’esperienza musicale unica, in cui ogni canzone e ogni verso hanno la capacità straordinaria di trasformarsi in racconti di vita che restano scolpiti nel cuore di chi ascolta.
Dopo il successo della data sold out al New Age Club di Roncade dello scorso 11 aprile, Suoni di Marca 2025 è pronto a ospitare, mercoledì 23 luglio, la prossima tappa trevigiana degli Offlaga Disco Pax, riuniti per un tour celebrativo di Socialismo tascabile.
Era il 2005, prima del boom delle etichette indipendenti e prima ancora che venisse coniato il termine “indie italiano”, gli Offlaga Disco Pax, collettivo neosensibilista originario di Reggio Emilia, pubblicano Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione), una pietra miliare della discografia nostrana. Un album che racchiude al meglio lo stile unico del trio, fatto di sonorità a metà strada tra il punk e l’elettronica, tra l’analogico e il digitale, a sostegno di testi declamati e dal forte tratto sociale e autobiografico. Aneddoti e racconti, a volte surreali a volte grotteschi, direttamente dalla provincia. Una reunion a vent’anni dall’esordio per celebrare l’album e il ricordo del compianto Enrico Fontanelli, scomparso prematuramente nel 2014, che insieme a Max Collini e Daniele Carretti aveva fondato gli Offlaga.
Secondo ospite internazionale per l’edizione 2025 di Suoni di Marca. Direttamente da Cuba, il grande ritorno del Grupo Compay Segundo de Buena Vista Social Club.
Tra grandi classici, melodie tradizionali e inediti, l’ensemble, diretto da Salvador Repilado Labrada, contrabbassista e figlio di Compay Segundo, ha da poco pubblicato il nuovo album: Vivelo. Un ritorno del son, delle trovas, dei boleros e di altre forme standard e dei timbri che hanno reso celebre la musica cubana nel mondo, dal fenomeno del Buena Vista Social Club a oggi. L’impegno del Grupo Compay Segundo nel preservare, arricchire e restituire con assoluta fedeltà l’opera del compianto musicista cubano è il punto forte dei loro concerti. Uno spettacolo autentico, ricco di allegria, leggerezza e amore, di cui è impossibile resistere alla ricchezza sonora, umoristica e immaginifica.
Il padre del pop nostrano continua la sua personale traversata della penisola sui principali palchi dell’estate italiana e non poteva di certo mancare quello di Suoni di Marca. Lunedì 21 luglio torna a Treviso Raf, che nel 2025 festeggia il quarantesimo anniversario di carriera.
Una carriera fatta di 14 album in studio, 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, tour sold out tra palazzetti, teatri e arene, e tutto è partito nel 1984 col singolo Self Control. Hit intramontabile dell’italo disco, iconica e riconoscibile già dalle primissime note, un brano che ha segnato una carriera ricca portando l’artista in pochissimo tempo alla fama internazionale e che continua a spopolare tra le nuove generazioni, un inno alla leggerezza e al senso di libertà.
Suoni di Marca Festival da sempre alterna i grandi nomi di fama nazionale e internazionale ai fenomeni più risonanti del panorama locale e l’ospite di domenica 20 luglio rappresenta una vera e propria leggenda vivente se si parla della canzone veneziana: Sir Oliver Skardy.
Questo tour, che vede Skardy accompagnato dai fidatissimi I Fatti Quotidiani, si presenta come un viaggio lungo 35 anni attraverso canzoni iconiche che continuano a trasmettere un forte senso di rappresentanza e ad accompagnare un pubblico in costante crescita, formato anche dalle nuove generazioni. Musica che fa ballare e cantare, che fa ridere ma anche riflettere. Skardy & I Fatti Quotidiani celebrate Pitura Freska non è solamente un concerto, ma una vera esperienza.
19 luglio 2025: reunion dei Folkstone a Suoni di Marca
È tempo di annunci per l’edizione 2025 di Suoni di Marca. A coronare la serata di sabato 19 luglio un’importante tappa di Delirium 2025, il reunion tour dei Folkstone, storica band folk metal bergamasca.
Dopo la breve separazione, sul finire del 2019, la band è tornata a calcare i palchi nel 2023 con un’esibizione da headliner al MetalItalia Festival che ha anticipato l’uscita prima della raccolta Racconti da taberna, contenente i due inediti Macerie e La fabbrica dei perdenti, e in seguito un nuovo album in studio: Natura morta, previsto per il 21 marzo 2025.
Già con Alabastro, il primo estratto dall’album, si percepisce come il mix di grinta e spensieratezza non abbia abbandonato la band che sin dai suoi esordi continua a combinare alla perfezione timbri tipici della musica antica europea e una solida sezione ritmica di stampo rock e metal.
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