Si ringraziano il comune di Sernaglia della Battaglia e l’Ing. Luigi Ghizzo per il materiale informativo.

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Le origini del Castrum de Sernalea
Custodito nell’Archivio di Stato di Treviso, il più antico documento che attesta la presenza di un castello a Sernaglia della Battaglia è un accordo stipulato tra il nobile Artusio di Rovero e gli incastellati della Pieve di Sernalea. Tramandata per generazioni dal nobile casato, la pergamena menziona tra questi Zano e Riberto da Sernaglia, Martinello, il fabbro Giovanni, Rodolfo e Orso da Moriago.
È tuttavia incerto a chi vada attribuita l’iniziativa di fondare il complesso fortificato, se ai Sernagliesi o ai Rovero, le cui antiche radici sono testimoniate da copie autenticate del contratto del XVIII secolo.
Redatta nel 1122 dal notaio Avuardo all’interno della roccaforte, la cartula conventionis restituisce l’aspetto della struttura difensiva, di cui oggi rimangono i ruderi velati di muschio ombreggiati dalla densa vegetazione boschiva estesa ai margini dei Palù. È possibile che l’area del Castelik abbia avuto anche la funzione di prigione e di cava per l’estrazione di materiale da costruzione.
Che aspetto aveva il Castello di Sernaglia?
Circondato da un corso d’acqua, il castrum de Sernalea era delimitato da una palizzata, o una siepe, e da un fossato (acqua, frata et fossato). All’interno del perimetro trovavano posto le abitazioni su cui gli incastellati avevano il diritto di prelazione.
Di tali strutture, realizzate perlopiù in legno e altri materiali deperibili, non rimane traccia a eccezione delle fondamenta in pietra di un edificio a pianta rettangolare, forse destinato a uso collettivo di uomini e signori.
La gestione del Castello di Sernaglia

Le dimore degli altri paesani erano dislocate al di fuori della recinzione del Castelik, entro la quale potevano rifugiarsi in caso di pericolo. In cambio della protezione garantita dal signore feudale, ogni capofamiglia pagava a questi una calva di frumento come canone in natura.
Il possedimento che Artusio aveva ricevuto in qualità di beneficium era di “proprietà di San Tiziano”, cioè del vescovado di Ceneda, che su questo possedimento manteneva il “dominio eminente”.
Obblighi e codice di condotta nel Castelik de Sernalea

L’accordo prevedeva pene pecuniarie per chi avesse “creato scandalo”, il cui importo era da dividersi tra il signore, che non poteva condonarle se non rinunciando anche alla propria quota, e i contraenti della convenzione. Questi si impegnavano ad abitare la residenza fortificata, alla cui manutenzione i signori contribuivano “secondo le loro possibilità”.

Il mistero svelato della fondazione del Castelik
I reperti rinvenuti nell’area del Castelik, tra cui macinelli, selce lavorata, ceramica e avanzi di fusione, avvalorano la testi secondo cui il castelliere sarebbe stato costruito sui resti di un insediamento dell’età del bronzo, risalente, secondo Luigi Ghizzo, intorno all’anno 1000 a.C., durante un periodo di grave siccità che avrebbe spinto gli abitanti delle colline a trasferirsi nell’area acquitrinosa dei Palù e innalzare l’altura artificiale dalla caratteristica forma a ciambella.
Il villaggio passò, insieme ai paesi di Moriago e Fontigo, sotto il controllo dei Signori da Vidor, i quali, tra il 1242 e il 1246, vendettero a Ezzelino da Romano i loro possedimenti “fra la Piave e il fiume Soligo” ossia “nel castello e nei paesi di Vidor, Sernaglia, Fontigo, Nosledo, Moriago e Mosnigo”, compresi i diritti di giurisdizione (comitatu, iurisdictione, districtu et merigiciis).

Il fenomeno dell’incastellamento
L’edificazione dei castra fu una risposta all’endemica conflittualità che caratterizzò l’Europa altomedievale durante le invasioni di Ungari, Saraceni e Normanni tra i secoli IX e X.
L’indebolimento del potere pubblico aveva portato la signoria rurale e le popolazioni contadine da essa dipendenti alla costruzione di fortezze e castelli sia come forma di autodifesa da minacce esterne, sia come espressione del potere, tendente all’autonomia, che i grandi proprietari terrieri intendevano consolidare nell’ambito della frammentazione territoriale prodotta dal sistema curtense, modello di gestione della proprietà fondiaria affermatosi in gran parte dell’Europa carolingia tra i secoli VIII e IX, che caratterizzò il paesaggio campestre europeo fino al XIII secolo.
Con lo spostamento del baricentro economico dai grandi centri urbani agli insediamenti sparsi nelle campagne, il castello divenne baluardo difensivo e punto focale di ampie estensioni agricole sulle quali il signore feudale imponeva la propria giurisdizione, estendendo il proprio controllo anche sui piccoli proprietari terrieri estranei ai suoi possedimenti.

Concluse le ondate di incursioni, la ripresa demografica europea favorì l’innovazione delle tecniche e degli strumenti agricoli, come la rotazione triennale e l’introduzione dell’aratro, con la conseguente espansione delle aree coltivate sottratte a boschi, selve e foreste che dalla tarda antichità avevano contraddistinto il paesaggio europeo, costituendo importanti serbatoi di legname, selvaggina, erbe medicamentose nonché miele e frutti, dai pinoli alle castagne, dalle ghiande e le noci alle fragole e i mirtilli selvatici.
Una volta sottoposte a bonifica, le zone paludose della Pianura Padana furono trasformate in fertili aree agricole solcate da canali e ombreggiate da rigogliose siepi. Ideale soprattutto per la coltura foraggera, questo metodo di organizzazione del paesaggio rurale prese il nome di campi chiusi, di cui i Palù del Quartier del Piave costituiscono un esempio significativo.

