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Dove si trova il Bosco Galileo?
Il Bosco Galileo è situato in Via Niccolò Moretti, 14, 31030 Breda di Piave (TV), presso il Circolo Culturale Ricreativo Il Filo’, a breve distanza dal Bosco degli Ontani.
Storia del Bosco Galileo
Al 1989 risale la proposta della scuola media statale “G. Galilei” di realizzare un bosco nel territorio comunale di Breda di Piave, a fronte delle emergenze ambientali legate in particolare alla fascia delle risorgive.
Ottenuti i finanziamenti nel 1996, l’amministrazione affidò al prof Renzo Trevisin, laureato in scienze forestali, la progettazione e la direzione dei lavori, che si conclusero nel 1997.
L’opera di rimboschimento fu preceduta da una serie di interventi preliminari, consistenti nella rimozione di siepi infestanti e di piante morte o schiantate, cui seguirono le operazioni di aratura, fresatura e concimazione del terreno. A completamento delle lavorazioni, venne realizzata una pacciamatura a “onde”, caratterizzante l’andamento curvilineo dei filari.
Le risorgive nel Bosco Galileo
Situato a un’altitudine compresa tra i 20 e i 21 m s.l.m., il Bosco Galileo presenta un terreno a grana fine, il cui impasto argilloso-sabbioso determina l’affioramento sul piano campagna dei fontanassi del rio Rul, la cui profondità di falda oscilla tra i 180 e i 120 cm.
L’impianto di latifoglie è stato realizzato mantenendo le piante spontanee, presenti principalmente lungo i corsi d’acqua, e mettendo a dimora giovani piante arboree e arbustive autoctone, al fine di riprodurre le caratteristiche dell’antico querco-carpineto planiziale veneto, in particolare dei boschi relitti presenti sporadicamente nella pianura veneta orientale.
Distribuita in tutta la Pianura Padana, la fascia dei fontanili che attraversa da nord-ovest a sud-est il territorio di Breda di Piave sorge dal punto di incontro tra la pianura permeabile e quella impermeabile.
La sua ampiezza dipende dalla profondità della falda, della geomorfologia del territorio e della granulometria del terreno.

Cos’è una risorgiva?

La risorgiva è un affioramento della falda sul piano campagna. Essa viene a formarsi quando le acque provenienti dai ghiacciai e dalle precipitazioni piovose e nevose penetrano nei terreni della montagna e dell’Alta Pianura, costituiti da sedimenti a granulometria grossolana ed elevata permeabilità come ciottoli, ghiaie o ghiaie miste a sabbie. Le correnti sotterranee affiorano in superficie quando entrano a contatto coi sedimenti più fini e meno permeabili della Bassa Pianura, formati da argille e argille miste a limo.
Il filtraggio attraverso gli interstizi del sottosuolo ghiaioso dell’Alta Pianura, unito ai fini sedimenti alluvionali che l’acqua di falda smuove quando viene a giorno, producendo piccole bolle, determina la limpidezza cristallina dei fontanili. La temperatura costante delle sorgenti, conosciute in dialetto come fontanassi, oscilla tra i 12 e i 14 C°.
La purezza delle acque di risorgiva, unita alla salubrità della zona umida in cui sorgono, crea le condizioni favorevoli allo sviluppo di un complesso scrigno di biodiversità faunistica e vegetale.

La fauna del Bosco Galileo
Fino a pochi secoli fa da un la Pianura Padana era ammantata da una vasta distesa forestale dominata da farnie (Quercus robur), roveri (Quercus petraea) e roverelle (Quercus pubescens), in associazione con carpini bianchi (Carpinus betulus) e altre specie arboree e arbustive come il nocciolo, l’acero campestre e di monte, l’olmo, l’orniello.
Con la comparsa delle popolazioni neolitiche, circa 7.000 anni fa, ebbero inizio le prime modificazioni delle comunità animali e dei loro habitat.
Nel corso dei secoli, l’espansione industriale e urbana unita ai disboscamenti effettuati per ampliare le superfici coltivabili, ha ridotto drasticamente queste formazioni boschive, di cui oggi rimangono pochi lembi conosciuti come boschi relitti.
La variabilità dei microambienti boschivi, in termini di specie arboree e arbustive, età degli alberi, densità del soprassuolo, alternanza di zone boscate e radure, determina il numero di specie che li possono abitare.

Mammiferi nel Bosco Galileo
L’arvicola campestre
L’arvicola campestre, (Microtus arvalis) è un mammifero erbivoro che si nutre di semi, frutti, foglie, corteccia e radici. Con una dimensione variabile dai 9 cm agli 11 cm, cui si aggiungono 3-4 cm di coda, l’Arvicola campestre costruisce nidi e gallerie sottoterra, ad una profondità quasi mai superiore ai 30 cm.
Il riccio

Il riccio comune (Erinaceus eurapeus) è un piccolo mammifero onnivoro, la cui dieta include vegetali, frutta e insetti come scarabei, bruchi, millepiedi, lumache senza guscio e lombrichi, nonché porcellini di terra, raramente giovani topi, carogne e piccole uova che gli uccelli covano a terra.
Specie notturna, solitaria e territoriale, il riccio comune vive ai margini dei boschi di latifoglie e nelle zone cespugliate, ma anche in aree suburbane e rurali, in orti e giardini, habitat nei quali trova scorte di fieno, rami secchi e fogliame, materiali con i quali costruisce la propria tana.
Il riccio europeo ha una lunghezza che va dai 22 cm ai 30 cm e ha una pelliccia di color grigio-marrone. L’adulto ha dai 6.000 agli 8.000 aculei, peli modificati, vuoti all’interno e resi rigidi dalla chitina, con cui si protegge dai predatori e dalle cadute.
Il topo selvatico
Il topo selvatico (Apodemus Sylvaticus) misura 9 cm più 9 cm di coda. Questo piccolo roditore è tendenzialmente notturno e forma gruppi familiari. Ghiotto di semi, frutta, gemme, funghi, insetti e lumache, il topo selvatico deposita scorte di cibo in gallerie o tunnel.
La volpe
Con una dimensione di 60-80 cm più 30-50 cm di coda, la volpe (Vulpes vulpes) è un mammifero onnivoro che si ciba di invertebrati, piccoli mammiferi, uccelli, uova e carcasse. Le volpi pesano dagli 8 ai 10 kg e comunicano tramite segnali olfattivi (urina, feci e secrezioni ghiandolari).

Anfibi, insetti e pesci nel Bosco Galileo
La rana agile
Osservabile lungo le aree riparie nei boschi planiziali relitti e nelle aree agricole delimitate da siepi e fossati, la rana agile (Rana dalmatina) deve il suo nome alla rapidità dei suoi balzi, la cui lunghezza può raggiungere i due metri.
Anfibio anuro della famiglia dei Ranidi, la rana agile si adatta anche a terreni asciutti e si nutre di materiale vegetale allo stadio larvale, di insetti quando diventa adulta.
Con una lunghezza massima di 9 cm, presenta un corpo slanciato e un muso appuntito. I maschi sono di dimensioni inferiori e presentano arti più robusti. La colorazione dorsale varia dal bruno al giallastro al rossastro; il ventre è biancastro, con una caratteristica banda scura che va dall’occhio all’angolo della bocca.
Il rospo comune
Della famiglia delle Bufonidae è il rospo comune (Bufo Bufo), tipico delle zone rurali che conservano siepi, boschi e zone incolte ma presente anche in parchi e giardini. La dieta del girino è vegetariana, mentre l’adulto si nutre di insetti, lombrichi, lumache e piccoli vertebrati.
Il rospo comune è l’anfibio più grande d’Europa, con dimensioni medie di 5-9 cm per i maschi, e 8-15 cm per le femmine.
La colorazione del dorso è tende al marrone scuro, con macchie brune o nerastre, il ventre presenta una tonalità più chiara.
La natrice dal collare
La natrice dal collare (Natrix natrix) è il serpente europeo più comune. Si può incontrale lungo le rive dei corsi d’acqua e degli stagni, nelle paludi e nella pozze.
Serpente non velenoso della famiglia dei Colubridi, la natrice dal collare si nutre di anfibi, pesci, invertebrati e piccoli mammiferi. Per difendersi, secerne dalle ghiandole anali una sostanza nauseabonda.
Riconoscibile per le due mezzelune chiare che ne coronano il capo, la natrice dal collare è un’abile nuotatrice. Durante la stagione fredda si ripara nelle fenditure nella roccia, nelle tane dei roditori e nelle cavità degli alberi.
Di dimensioni maggiori rispetto ai maschi, le femmine misurano fino ai 150 cm.
Le Libellule
Le libellule sono insetti Anisotteri, dal greco ἄνισος (anisos) “disuguale”, e πτερόν (pte-rón), “ala”), sottordine degli Odonati caratterizzato dalle ali posteriori più larghe di quelle anteriori.
Il loro ciclo biologico è suddiviso in due fasi: una larvale, completamente acquatica, e una adulta, terrestre e alata.
Il collo sottile, capace di girare in tutte le direzioni, unito all’ampiezza degli occhi composti da migliaia di ommatidi, conferisce alle libellule un campo visivo molto esteso.
Al torace sono collegate le zampe e le ali; l’addome è sottile e molto lungo. Le ali sono molto grandi, generalmente trasparenti.
Legate all’ambiente acquatico, le libellule depongono le uova in acqua o sui fusti delle piante acquatiche. A seconda della specie, lo sviluppo delle larve può durare da 1 a 4 anni.
Si nutrono di mosche, effimere, zanzare e moscerini, che catturano in volo sopra gli specchi d’acqua.
I Gerridi
I Gerridi (Gerris sp.) o insetti pattinatori, si spostano sul pelo dell’acqua sfruttandone la tensione superficiale.
Dotati di corpo e gambe esili e allungate, si nutrono di insetti sia acquatici che terresti. Quando questi ultimi cadono in acqua, producono piccole onde sul pelo dell’acqua che permettono ai Gerridi di localizzarli.
Lo spinarello
Un tempo lo spinarello (Gasterosteus aculeatus) era una specie comune nei fontanili; oggi la sua presenza è divenuta molto più sporadica a causa delle profonde alterazioni ambientali.
Nella stagione riproduttiva, il maschio attrae la femmina con i riflessi sgargianti della sua livrea argentata, guidandola a deporre le uova nel nido da lui costruito con piante acquatiche.
Avifauna del Bosco Galileo

L’allocco
Rapace notturno lungo dai 37 ai 43 cm, l’allocco (Strix aluco) si confonde facilmente con la corteccia degli alberi grazie alla tonalità del suo piumaggio che dal grigio sfuma nel bruno-rossastro. La sua capacità di mimetizzarsi gli permette di cogliere di sorpresa i piccoli roditori, gli uccelli, gli anfibi e gli invertebrati di cui si nutre.
La capinera
Lunga circa 14 cm, la capinera (Sylvia atricapilla) si nutre principalmente di insetti e bacche. Il maschio si caratterizza per una tonalità grigio-cenere, la femmina di colore bruno, con calotta rosso ruggine o marrone.
Della famiglia dei Silvidi, la capinera è un volatile nidificante che predilige zone con fitto sottobosco di rovo, sambuco o rampicanti, tra i quali costruisce il nido.
La cinciallegra
La cinciallegra (Parus major) raggiunge i 15 cm di lunghezza. Della famiglia dei Paridi, è un volatile sedentario che compie spostamenti altimetrici durante la cattiva stagione. Utilizza muschio, peli e piume per costruire il suo nido all’interno di cavità come vecchi alberi o nidi di picchio abbandonati.
La cinciarella
Della famiglia dei Paridi è anche la cinciarella, (Parus caeruleus). Molto simile alla cinciallegra nelle abitudini di vita, la cinciarella si nutre prevalentemente di insetti come farfalle, ditteri, cavallette e delle loro larve, ma anche di invertebrati, di semi e frutti.
Lunga dai 10 ai 12 cm, nidifica in cavità su alberi o muri e il suo nido viene riutilizzato per anni.
La civetta
La civetta (Athene noctua) è un rapace notturno degli strigiformi, ordine di volatili che ingoiano la preda intera e, dopo averla digerita, ne rigurgitano gli scarti.
La civetta misura 21 cm. Si caratterizza per occhi gialli e una testa larga e appiattita. Il piumaggio è grigio-bruno screziato di bianco, più scuro nella parte superiore.
Il codibugnolo
Della famiglia degli Egitalidi, il codibugnolo (Aegithalos caudatus) è un volatile sedentario, visibile soprattutto in inverno, quando si riunisce in gruppi familiari per spostarsi alla ricerca di cibo. Il nido, di forma ovale, viene realizzato di norma tra i cespugli utilizzando erba, muschio, licheni e ragnatele. Si nutre principalmente di semi e piccoli frutti.
Il colombaccio
Con una lunghezza dai 40 ai 42 cm (Columba palumbus), il colombaccio si ciba di semi, bacche e frutta (in inverno soprattutto faggiole e ghiande), a volte di piccoli invertebrati.
Il fringuello
Il fringuello (Fringilla coelebs) si serve del becco corto e forte per rompere i semi di cui si nutre, ma si ciba anche di frutti e insetti. Il maschio ha un piumaggio colorato rispetto alla femmina, bruno-giallastra.
Migratore parziale, è gregario con altri fringillidi soprattutto in inverno, ma non nel periodo di cova. Il nido è a forma di coppa, foderata con muschio, licheni e piume.
La ghiandaia
Della famiglia dei Corvidi, la ghiandaia (Garrulus glandarius) è un volatile sedentario che frequenta soprattutto boschi di latifoglie. La sua dieta include ghiande, cereali, nocciole e altri vegetali, nonché insetti, uova e piccoli animali. Ha l’abitudine di sotterrare semi per creare provviste di cibo.
La ghiandaia ha una lunghezza di circa 33 cm, ha una voce gracchiante e può imitare canti di altri uccelli o rumori.
Il picchio rosso maggiore
Il picchio rosso maggiore (Dendrocopos major) è un volatile sedentario che vive sia nei boschi che negli ambienti alberati artificiali. Con una lunghezza di circa 22 cm, si nutre di semi ricchi di grassi e di insetti del legno.
Per forare il legno e catturare le prede, il picchio rosso maggiore si serve rispettivamente del robusto becco a scalpello e della lunga lingua. Quest’ultima, avvolta intorno al cranio, protegge il cervello dagli impatti causati dai colpi del becco durante il processo di creazione del nido, il cui foro d’entrata ha un diametro di circa 5 cm e una profondità di 30 cm.
Il picchio verde
Con una lunghezza di circa 32 cm, il picchio verde (Picus viridis) frequenta ambienti alberati vari, prediligendo i boschi radi. Si nutre di formiche, larve e altri insetti che trova nei tronchi degli alberi. Il suo nido ha un foro d’entrata di 6 cm e una profondità di 38 cm.
Si caratterizza per un volo ondulato con lunghe pause ad ali chiuse. Il suo richiamo è simile a una risata squillante: kyu-kyu-kyu-kyu.
Il rigogolo
Con una lunghezza di 23 cm, il rigogolo (Oriolus oriolus) si caratterizza per un volo rapido con lunghe ondulazioni e impennate per raggiungere il posatoio. Predilige aree boschive con alberi decidui, sui quali costruisce il nido all’incrocio di due o più rami.
Il maschio si distingue per il piumaggio nero delle ali e una livrea giallo dorata, mentre la femmina e gli esemplari giovani presentano un manto verde oliva e il becco bruno.

La flora nel Bosco Galileo
La carice
La carice (Carex sp. pl.) è una pianta igrofila che forma fitte associazioni lungo i bordi dei corsi d’acqua. Le infiorescenze sono simili a spighette alla sommità del fusto. Rigide e taglienti, le foglie a sezione triangolare venivano tagliate e seccate per impagliare le sedie, rivestire esternamente i fiaschi, ricavare lettiera per il bestiame e come combustibile.
Il falasco
Il falasco (Cladium mariscus) è una pianta della famiglia delle Cyperaceae caratterizzata da un fusto robusto, cavo e foglie alterne, seghettate e taglienti, dotate di una nervatura centrale sporgente nella parte inferiore.
L’equiseto
L’equiseto (Equisetum sp. pl.) è un genere di felci della famiglia delle Equisetaceae. Alla fine dell’invero compaiono i fusti legnosi privi di foglie, destinati alla riproduzione. In estate crescono i fusti vegetativi con gruppi di foglie in corrispondenza dei nodi.
Specie vegetali simili agli equiseti erano presenti sulla terra già 350 milioni di anni fa. L’equiseto è conosciuto anche come coda cavallina. La sua etimologia deriva infatti dal latino “Equus, i”, cioè cavallo e “saeta, ae” (crine, pelo, setola).
L’equiseto è una pianta ricca di sali minerali, di silicio, potassio, calcio, magnesio e zinco nonché flavonoidi, saponine, fitosteroli e alcaloidi.
Vegetazione arborea nel Bosco Galileo
Con un’estensione di 2,51 ettari, il Bosco Galileo è distinto in tre settori riconoscibili dalla composizione floristica: una zona a bosco misto, una con prevalenza di querce (Quercus) e ontani (Alnus), una con prevalenza di querce e frassini (Fraxinus).
Il Carpino
Delle circa ventiquattro specie di Carpino conosciute, la più diffusa è il Carpino bianco (Carpinus betulus), albero della famiglia delle Betulacee caratterizzato da un tronco leggermente scanalato, liscio e chiaro; le foglie sono ovate o oblunghe, acute con margine doppiamente seghettato.
La parola Carpino deriva con ogni probabilità da carpentum, parola latina che indica una carrozza o un carro a due ruote usato per occasioni solenni, oppure un carro da guerra, costruiti con questa qualità di legno.
Al genere Ostrya appartiene anche il Carpino nero (O. carpinifolia), specie rustica e resistente agli incendi, impiegata come specie pioniera per colonizzare radure e aree denudate.
Il Frassino
Capace di raggiungere i trenta metri di altezza, il Frassino presenta una chioma folta e rotondeggiante, con foglie caduche, lanceolate e seghettate ai margini, imparipennate (il termine imparipennate si riferisce alla disposizione a coppie delle foglie ai lati della rachide, al cui apice cresce una foglia isolata). Il tronco, dal portamento slanciato, presenta una corteccia grigio chiara.
Appartenente alla famiglia delle Oleacee, il frassino trae il proprio nome dal greco φράγμα (phrágma), cioè “chiusura”, “barriera”, “siepe”, forse in riferimento alla densa chioma che lo caratterizza. Le specie più diffuse in Europa sono il Frassino comune (F. excelsior), l’Orniello (F. ornus) e l’Ossicarpo (F. oxycarpa), il cui nome deriva dal greco ὀξύς (oxýs), “acuto”, “aguzzo”, e da καρπός (carpós), “frutto”, in riferimento alla forma acuminata della samara.
Presente soprattutto nell’Europa meridionale, in Asia Minore e tra la Tunisia e il Marocco, quest’ultimo è conosciuto anche come frassino meridionale (Fraxinus angustifolia), in riferimento alle sue foglie strette (angustus, folium).
Il legno resistente e flessibile del Frassino è adatto alla costruzione di remi, sci, utensili agricoli, assi, armi, lance e archi grazie alla sua capacità di assorbire vibrazioni e colpi. Le foglie, raccolte a fine giugno ed essiccate, vengono usate fin dall’antichità per preparare infusi con proprietà diuretiche, analgesiche, antiossidanti e antinfiammatorie.
In primavera, il Frassino maggiore (o Frassino comune) è facilmente riconoscibile dai piccoli fiori porporino-scuri, detti samare, raggruppati in pannocchie pendule con un’unica ala allungata. Una volta cadute al suolo, le samare germinano non prima di 17-18 mesi.
Oltre a sanguinelle, noccioli e biancospini, non si può non citare l’ontano nero, da cui prende il nome il vicino Bosco degli Ontani.
L’Ontano
Anch’esso della famiglia delle Betulacee, l’Ontano nero o comune (Alnus glutinosa) è ideale per bonificare terreni poveri, umidi e malsani grazie ai batteri contenuti nelle sue tortuose radici, in grado di assimilare l’azoto atmosferico e di trasferirlo alla pianta.
Gli amenti maschili sono cilindrici, quelli femminili globosi, formati da scaglie legnose simili a piccole pigne.
L’Acero
Adatto a vivere anche nel sottobosco, l’Acero campestre (Acer campestre) è un albero della famiglia delle Sapindaceae, la cui altezza raggiunge gli 8-10 metri.
L’etimologia della parola Acero deriva dall’aggettivo latino acer, ovvero acuminato, con possibile riferimento alla forma acuta delle foglie e della chioma.
La Farnia
Le Querce si distinguono in Querce sempreverdi e Querce a foglia caduca. Appartenente a quest’ultimo gruppo, la specie europea più diffusa è la Farnia (Quercus robur e Pedunculata), riconoscibile per le foglie obovate dai margini lobati e i piccioli molto brevi, di 4-5 mm.
Capace di raggiungere i 50 metri di altezza, la farnia è un albero molto longevo che supera in media i 300–400 anni, ma può arrivare anche oltre i 600. Attaccate a un lungo peduncolo sottile, le ghiande hanno una cupola verdastra, emisferica.
Il suo legno è tra i più apprezzati per i mobili, le botti e i parquets.
Vegetazione arbustiva nel Bosco Galileo
La Sanguinella
La Sanguinella (Cornus sanguinea) è un arbusto della famiglia delle Cornacee, il cui nome deriva dalla tonalità rossastra dei suoi rami e dal colore violaceo delle foglie. Queste sono ovali con apice acuto e presentano nervature ricurve.
Tra maggio e giungo spuntano i fiori bianchi e profumati. Se il clima è favorevole, a settembre e ottobre vi è una seconda fioritura. Tra la fine di agosto e ottobre maturano i frutti, piccole drupe non commestibili la cui colorazione va dal verde al nero-bluastro.
Il Nocciolo
Il Nocciolo (Corylus avellana) appartiene alla famiglia delle Betulacee. Il nome del genere deriva dal greco kòris (κορύς), elmo, in riferimento all’involucro che copre la nocciola. I semi, crudi o tostati, sono ideali per l’estrazione di olio commestibile e per la produzione di dolci, cosmetici e saponi.
Il Nocciolo predilige un clima mite ma resiste a temperature relativamente basse. La sua crescita è favorita da terreni neutri, fertili, di medio impasto. Il suo apparato radicale è adatto a consolidare declivi franosi e scarpate stradali.
Il legno tenero è ottimo in ebanisteria per piccoli lavori artigianali ed è un ottimo combustibile.
Caratterizzato da un tronco eretto e ingrossato alla base, il Nocciolo è una specie ad andamento cespuglioso, con foglie decidue, alterne, dal margine dentato-seghettato, cuoriformi alla base, acuminate all’apice.
Il Biancospino
Di marzo per la via
della fontana
la siepe s’è svegliata
tutta bianca,
ma non è neve,
quella: è biancospino
tremulo ai primi
soffi del mattino.
Il biancospino. Umberto Saba
Appartenente alla famiglia delle Rosaceae, il Biancospino (Crataegus monogyna) è un arbusto cespuglioso e spinoso il cui nome scientifico deriva dal greco κραταιός (krataios), cioè “forte”, “potente”, in riferimento alla robustezza e longevità della pianta, e ὀξύς (oxys) cioè aguzzo, per indicare gli aculei presenti sui rami.
Le foglie caduche sono alterne, ovali o romboidali. Hanno dai tre ai sette lobi dall’apice dentellato.
Da marzo a giungo spuntano i fiori bianchi e profumati, riuniti in corimbi con cinque petali a margine arrotondato e dai quindici ai venti stami violacei.
In autunno si riempie di grappoli formati da piccole drupe rosse di tondeggianti e carnose, contenenti un seme giallo-bruno.

Il Prugnolo spinoso
Della famiglia delle Rosaceae è anche il Prugnolo spinoso (Prunus spinosa), arbusto spontaneo appartenente allo stesso genere del ciliegio, dell’albicocco, del mandorlo, del pesco.
Alto tra i 2,5 e i 5 metri, il Prugnolo spinoso presenta foglie caduche, ovate, verde scuro. da marzo a inizio aprile i rami si ricoprono di un candido manto floreale. Tra i mesi di settembre e ottobre maturano i frutti, drupe tondeggianti di colore rosso-violaceo e ricoperte da una patina detta pruina.
Ottime per preparare marmellate, confetture, salse, gelatine, liquori e sciroppi, le prugne contengono un unico seme duro, hanno una polpa carnosa, succulenta, ricca di vitamina C, tannini e fibre, a cui devono la loro proprietà diuretica e depurativa.
La Fusaggine
Il nome scientifico della Fusaggine (Euonymus europaeus) deriva dal greco antico Εὐώνυμον (euṓnymon), composto da εὖ (éu), “bene”, e ὄνομα (ónoma), “nome”, “rinomanza”, “riputazione”, “celebrità”, “gloria”.
Già citato dal botanico e filosofo greco Teofrasto (IV sec. a.C.), il termine Euonymus potrebbe tradursi con “di buona fama”, “di buon nome” o “di buon auspicio”, denominazione scaramantica legata alla tossicità di questa pianta, velenosa in ogni sua parte.
Caratterizzato da un fusto eretto, questo arbusto deciduo raggiunge un altezza che va dai tre agli otto metri, presenta foglie ovato-lanceolate, con apice acuminato e margine seghettato. In tarda primavera spuntano i fiori, ermafroditi, di colore bianco-verdastro.
La Fusaggine è conosciuta anche come berretta del prete per la forma dei suoi piccoli frutti autunnali, di colore rosso-arancione, simili al copricapo dei cardinali.







